Prima ancora del fischio d’inizio, il Mondiale di calcio maschile 2026 – che si svolgono dall'11 giugno al 19 luglio tra Stati Uniti, Canada e Messico – stanno già decretando vincitori e sconfitti lontano dal campo. Nello specifico, alla frontiera, al momento del controllo passaporti, negli uffici consolari e nelle sale degli aeroporti statunitensi. Qui, tra visti negati, verifiche prolungate e ingressi contestati, si sta delineando una competizione parallela dove in gioco ci sono i diritti umani.Questi mondiali avrebbero dovuto rappresentare la celebrazione globale del calcio in Nord America. Per la prima volta nella storia, il torneo si disputa in tre paesi diversi che avrebbero dovuto unire un intero continente, con l’ambizione di trasformare la Coppa del Mondo in un evento ancora più inclusivo e internazionale.Ma le restrizioni imposte dall’amministrazione di Donald Trump stanno infrangendo questo sogno. Giocatori, dirigenti e persino arbitri si stanno scontrando con la dura realtà, ancor prima di scendere in campo. I casi che coinvolgono Iran, Iraq e Somalia – inclusi nei paesi a cui è stato imposto il travel ban, cioè il divieto di ingresso negli USA, da Trump a giugno 2025 –, ma anche Senegal e Uzbekistan stanno alimentando polemiche e interrogativi sulla capacità della Fifa, la federazione internazionale di calcio che organizza il campionato mondiale, di garantire che il torneo si svolga senza discriminazioni e con uguali condizioni di accesso per tutti i partecipanti.Le organizzazioni per i diritti umani hanno già espresso preoccupazione per l’impatto delle politiche migratorie e dei controlli rafforzati nei paesi ospitanti, avvertendo che il torneo rischia di trasformarsi anche in un banco di prova (che per ora non sembra andare bene) sul rispetto delle libertà fondamentali.Cosa sta succedendoL’Iran costretto a vivere il Mondiale da pendolareL’Iraq tra interrogatori e respingimentiIl caso Omar Artan, l’arbitro somalo escluso dai MondialiL'Uzbekistan di Cannavaro tra perquisizioni e cani antidrogaAnche la nazionale del Senegal sottoposta a controlliLe critiche alla Fifa e l’allarme di Amnesty internationalL’Iran costretto a vivere il Mondiale da pendolareIl caso più emblematico riguarda l’Iran. La nazionale, qualificata alla fase finale, ha ottenuto i visti necessari per i propri calciatori, ma a condizioni particolarmente restrittive. Come spiegato dall’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, ai membri della squadra è stato consentito entrare negli Stati Uniti soltanto nel giorno delle partite, con l’obbligo di lasciare il paese subito dopo il fischio finale.Una soluzione che ha costretto la federazione iraniana a trasferire il proprio ritiro a Tijuana, in Messico, rinunciando alla sede inizialmente prevista a Tucson, in Arizona. La nazionale potrà quindi attraversare il confine esclusivamente per disputare le gare del girone, tornando immediatamente in territorio messicano al termine delle partite.La situazione è resa ancora più complessa, per non dire assurda, dal fatto che non tutti i componenti della delegazione hanno ottenuto l’autorizzazione all’ingresso. Quindici tra dirigenti federali e membri dello staff risultano ancora in attesa di visto, mentre altri avrebbero ricevuto addirittura un diniego.Sul caso pesano inevitabilmente le tensioni geopolitiche tra Washington e Teheran dopo mesi di conflitto. Il risultato è che una delle nazionali partecipanti al torneo si trova costretta a vivere il Mondiale in una condizione subordinata, eccezionale, senza una piena libertà di movimento. Il che pone la nazionale iraniana in in una sorta di “penalità” implicita rispetto alle altre squadre.L’Iraq tra interrogatori e respingimentiSe per l’Iran il problema è rappresentato dai visti, per l’Iraq le difficoltà emergono al momento dello sbarco negli Stati Uniti.Aymen Hussein, il volto simbolo della nazionale irachena e l’attaccante che ha contribuito in modo decisivo alla qualificazione della squadra ai Mondiali, è stato trattenuto all’aeroporto di Chicago e interrogato per circa sette ore. Durante i controlli è stato sottoposto a verifiche aggiuntive prima di ricevere il via libera per entrare nel paese.L’episodio ha provocato forti reazioni in Iraq. Lo stesso Hussein ha espresso pubblicamente il proprio disappunto, chiedendosi perché gli Stati Uniti abbiano scelto di ospitare una Coppa del Mondo se l’atteggiamento verso molti cittadini stranieri è così ostile.Ancora più problematico il caso di Tala Salah, fotografo ufficiale della nazionale irachena. Dopo circa dieci ore passate ai controlli dell’aeroporto di Chicago, le autorità statunitensi gli hanno negato l’ingresso. La Customs and border protection ha confermato che uno dei due viaggiatori – il fotografo – sottoposti a verifiche supplementari è stato giudicato non ammissibile. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle motivazioni. Episodi che, pur riguardando singoli casi, contribuiscono ad alimentare il timore che i controlli straordinari stiano colpendo in modo particolare delegazioni provenienti da paesi arabi o musulmani.Il caso Omar Artan, l’arbitro somalo escluso dai MondialiAltra vicenda che ha suscitato sorpresa è quella di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo selezionato dalla Fifa per dirigere alcune partite del torneo.Artan non è un arbitro. È il miglior arbitro africano del 2025 dalla Confederazione calcistica africana ed è il primo cittadino somalo a essere stato designato per un Mondiale. Eppure, una volta atterrato a Miami dopo un volo proveniente da Istanbul, è stato fermato dalle autorità statunitensi e sottoposto a controlli aggiuntivi.Al termine delle verifiche gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti e gli è stato imposto di lasciare il paese. Le autorità statunitensi hanno parlato genericamente di problemi emersi durante le procedure di verifica, senza fornire spiegazioni dettagliate.La particolarità del caso è che Artan era in possesso di un passaporto diplomatico e di un visto regolarmente rilasciato. Inoltre, non si trattava di un tifoso o di un membro di una delegazione nazionale, ma di un ufficiale di gara scelto direttamente dalla Fifa, in particolare dall'italiano Pierluigi Collina, presidente della Commissione arbitri.La federazione internazionale ha preso atto della decisione limitandosi a ricordare che le procedure di immigrazione competono esclusivamente al paese ospitante.L'Uzbekistan di Cannavaro tra perquisizioni e cani antidrogaAnche l’Uzbekistan, alla sua prima storica partecipazione alla fase finale del Mondiale sotto la guida di Fabio Cannavaro, si è trovato subito immerso nel clima di controlli rafforzati negli Stati Uniti. Prima ancora di scendere in campo l’8 giugno per un’amichevole contro l’Olanda a New York, poi persa 2-1, la delegazione è stata sottoposta a un lungo e dettagliato protocollo di sicurezza all’ingresso dell’Icahn Stadium. Giocatori e staff sono stati fatti scendere dal pullman e messi in fila per controlli individuali, tra metal detector, perquisizioni personali e ispezioni dei bagagli affidate anche a unità cinofile antidroga.La scena, ripresa dalle telecamere presenti, ha mostrato borse e zaini disposti a terra mentre venivano controllati uno a uno, con il commissario tecnico italiano tra i primi a essere sottoposto alle verifiche.Anche la nazionale del Senegal sottoposta a controlliSorte simile anche per il Senegal, arrivato negli Stati Uniti per la fase di preparazione al torneo. Subito dopo l’atterraggio, i giocatori sono stati sottoposti a controlli accurati direttamente sulla pista o nelle aree aeroportuali, con procedure che hanno incluso perquisizioni individuali, metal detector e verifiche dei bagagli. In alcuni casi, i calciatori sono stati anche invitati a togliersi le scarpe per ulteriori controlli, prima di ottenere il via libera all’ingresso.Le immagini diffuse hanno rapidamente fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sull’intensità delle misure adottate.Le critiche alla Fifa e l’allarme di Amnesty internationalLe polemiche sui visti e sui controlli alle frontiere si inseriscono in un dibattito più ampio sul rispetto dei diritti umani durante i Mondiali del 2026. Amnesty international ha accusato la Fifa di non aver adottato misure adeguate per prevenire i rischi legati alle politiche migratorie e alle discriminazioni nei tre paesi organizzatori. In una nota particolarmente severa, l’organizzazione sostiene che “i Mondiali di calcio del 2026 in Nord America avrebbero dovuto essere i primi a tenere conto dei criteri in materia di diritti umani nell’assegnazione dell’evento. Purtroppo, però, si è trattato solo di parole vuote”.Secondo Amnesty, oltre ai giocatori, anche milioni di persone che seguiranno il torneo saranno esposte a rischi legati a “divieti di ingresso discriminatori, profiling razziale, violenza della polizia, sorveglianza e arresti arbitrari”. L’organizzazione sottolinea inoltre che la Fifa avrebbe il dovere, in base ai propri impegni e ai principi delle Nazioni Unite, di pretendere garanzie vincolanti dagli Stati ospitanti per la tutela dei diritti fondamentali.