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Goffredo Buccini

Gli immigrati indiani pagano ai mediatori fino a 18 mila euro, poi il lavoro sparisce

DAL NOSTRO INVIATO LATINA - L’appuntamento, un po’ carbonaro, è in un brutto bar sulla statale 148 Pontina: sedie e hamburger di plastica, famiglie e ragazzini urlanti. L’indiano ventisettenne che ho davanti e che chiamerò Gill Singh cerca in effetti di sparire nella folla: si è dato alla macchia da due giorni. «Sappiamo dove stanno tua madre e le tue sorelle in Punjab», gli hanno detto i caporali all’ultima minaccia. Lui ha mollato la baracca a Pontinia dove per sette mesi è rimasto imprigionato dal «padrone» a fare il muratore, «sgobbando dalle cinque di mattina alle undici di sera, vitto e alloggio gratis ma zero paga: mi diceva che ero ancora in debito, dovevo ristrutturargli casa». E s’è nascosto in un altro piccolo centro in provincia di Latina, protetto da una rete informale. Con quattordici ex schiavi in fuga come lui si prepara — evento inusitato — a denunciare il suo sfruttatore, un indiano che abita a Pontinia da oltre trent’anni e s’è fatto ricco sulla loro pelle, «due case a Priverno, due a San Felice Circeo e quattro macchine di lusso». «Magari, se firmano in tanti, li prenderanno sul serio», mormora Marco Omizzolo, sociologo militante e da lungo tempo anima d’ogni movimento di emancipazione dei braccianti Sikh.Sicché questa è una storia di vittime e carnefici, sì, di caporalato e padronato, certo. Ma è anche la storia di una filiera: una fabbrica di fantasmi, potremmo chiamarla, nella quale noi italiani abbiamo il ruolo principale benché meno esposto («i veri invisibili sono i padroni», ha scritto l’altro giorno Francesco Riccardi su Avvenire). Gill è entrato qui ad aprile 2023 sulla base del «decreto flussi», parla ancora male e il suo amico Mandeep traduce per lui.