Un sarto cinese finisce in ospedale per aver chiesto il denaro che gli spettava. Un ragazzo bengalese di 26 anni muore venti minuti dopo l’inizio del suo primo turno. Un agricoltore indiano si dissangua nelle campagne di Latina. Non sono casi isolati. Appartengono a un sistema che si alimenta di lavoratori stranieri ricattabili, intrappolati in un permesso di soggiorno precario, in un visto ottenuto con la corruzione o nella clandestinità: la stessa condizione che i governi dichiarano di voler combattere e che invece le filiere produttive usano come risorsa. Perché un lavoratore invisibile non ha diritti. Non protesta. Non se ne va.
Il meccanismo funziona. E si estende. Oggi investe anche gli italiani. Nella logistica i lavoratori passano da una società all’altra, dentro una catena di appalti e cambi di veste societaria che produce contratti pirata e garantisce ai grandi gruppi che movimentano le merci risparmi sul costo del lavoro, insieme con l’evasione fiscale. Nel settore della sicurezza si accumulano oltre duecento ore di straordinario al mese per riuscire a tenere insieme lo stipendio. Il costo del lavoro si abbassa. I margini crescono. Il conto lo paga sempre qualcuno, purché resti fuori campo.







