TREVISO - Honoré de Balzac avrebbe detto: «altra materia da romanzo». E in effetti, salendo a piedi i piani del parcheggio Dal Negro, uno dopo l’altro, fino al livello 5A, si ha la sensazione di entrare in una storia che nessuno avrebbe voluto vivere davvero. Al posto delle macchine, i posteggi accolgono cartoni, coperte, borse e valigie di persone venute qui in cerca di un futuro migliore.

La testimonianza Tra questi ci sono Bijaya, 32 anni, e Maheswori di 24. Sono marito e moglie da cinque anni. Vengono dal Nepal e da cinque giorni dormono e vivono in questo parcheggio. Quando ci avviciniamo, si alzano dal loro “letto” e si siedono rimanendo abbracciati. Ci parlano con pudore e coraggio. Lei sorride spesso, un sorriso quasi disarmante che sembra resistere alla stanchezza e alla paura. Lui la guarda e le accarezza la mano, mentre ci racconta la loro storia. «Ci conosciamo da quando siamo bambini. In Nepal le nostre case erano vicine. Siamo cresciuti insieme. Vedendoci quasi ogni giorno ci siamo innamorati e poi sposati. Siamo sempre rimasti insieme, anche in questo viaggio».La loro storia parte da lontano, da un Paese dove, spiegano, la povertà rendeva difficile la normalità. Vivevano una fatica quotidiana che stringe la vita fino a soffocarne i sogni. «In Nepal soffrivamo per la povertà e anche per le conseguenze dei conflitti - spiegano -. Proveniamo da famiglie numerose e, anche lavorando tutto il giorno, a volte era difficile riuscire ad avere abbastanza per mangiare la sera. Per questo abbiamo deciso di partire».Prima di arrivare in Europa, Bijaya e Maheswori sono stati in India. Ed è lì che Bijaya, mentre lavorava come muratore, incontra un agente (così lo definiscono) che gli ha promesso un lavoro più redditizio e una strada più facile verso un futuro migliore. «Questo agente indiano ci ha detto che potevamo andare in Romania e trovare lavoro - affermano -. Per arrivarci abbiamo pagato circa 8mila euro, di questi 2500 euro li abbiamo dati direttamente a lui. Questi non erano tutti soldi nostri: abbiamo dovuto chiedere anche dei prestiti alle persone che conoscevamo. Ci siamo fidati».Il loro racconto si interrompe più volte, non per reticenza ma piuttosto per stanchezza. Le parole vanno cercate, tradotte e ordinate perché loro parlano solo nepalese e un po’ di inglese. «Quando siamo arrivati in Romania, però, il lavoro promesso non c’era - proseguono -. L’agente è sparito. Non abbiamo più avuto sue notizie e non abbiamo nessun numero per contattarlo. Ci siamo ritrovati senza niente».Da lì è iniziato un altro viaggio, meno organizzato e più incerto, fino all’Italia. E oggi, dopo cinque giorni al parcheggio Dal Negro, sono ancora senza alcuna certezza. Sono già stati in Questura, raccontano, e hanno un nuovo appuntamento fissato per il 22 giugno. Fino ad allora resteranno senza casa, senza lavoro, senza soldi e con molte domande. «Noi vogliamo solo essere aiutati a capire cosa possiamo fare. Vorremmo restare legalmente, lavorare e costruire una nuova vita. Non vogliamo tornare indietro, perché siamo partiti per provare a cambiare il nostro destino».Mentre ci parlano, al piano 5A arrivano altre persone. Alcuni nepalesi, altri pakistani. Tra questi due ragazze giovani, 25 e 26 anni. Qualcuno sorride, altri ascoltano in silenzio. C’è una specie di rispetto reciproco per ciò che ognuno ha vissuto. Sembra quasi che in questo piano del parcheggio, tra auto che passano e luci fredde, si sia formata una piccola famiglia. Il raggiro Ad ascoltare la storia di Bijaya e Maheswori, c’è anche Hassan, un ragazzo pakistano che è in Italia da dieci anni. Prova a spiegarci quello che, secondo lui, accade spesso nei Paesi da cui partono tanti ragazzi in cerca di un futuro migliore. «È una specie di mafia - spiega -. In Nepal, India, Pakistan ci sono persone e agenzie che promettono l’Europa come se fosse un paradiso. Dicono che in Romania, in Italia o in altri Paesi si trova lavoro facilmente. La gente paga tantissimo, spesso indebitandosi. Poi arriva qui e scopre che non c’è niente. Gli agenti spariscono».Scendendo dal parcheggio, il rumore della città torna piano piano a frasi sentire. Treviso ricompare con le sue strade, le vetrine e le persone che passano. Al quinto piano restano Bijaya e Maheswori, mano nella mano, con una storia che sembra lontanissima e invece è qui, sopra le nostre teste. Una storia d’amore, inganno, povertà e speranza. Una di quelle che non chiedono pietà, ma ascolto.