Con la caduta del Muro di Berlino erano venute meno le ragioni delle due anomalie contrapposte che avevano caratterizzato il sistema politico italiano fino ad allora, cioè il “fattore K” con la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente e l’unità politica dei cattolici nella Dc. Con i referendum elettorali per il sistema uninominale maggioritario, vi sarebbero state le condizioni per cercare di riformare quel sistema politico-istituzionale (in crisi da oltre dieci anni) in direzione di un bipolarismo di tipo europeo: un partito liberale/conservatore/popolare di qua e un partito socialdemocratico/ riformista/laburista di là, che finalmente avrebbero potuto legittimarsi reciprocamente. L’operazione politica “Mani pulite” impedì il perseguimento di questo obiettivo, consegnandoci di fatto un bipolarismo basato su altre due anomalie: da una parte, gli eredi del Pci che perseguendo la “via giudiziaria” non fecero i conti con la propria storia e quindi con il riformismo; dall’altra, Berlusconi che dette rappresentanza politica alla maggioranza degli italiani che ne era rimasta priva (riuscendo abilmente a coniugare il vento dell’antipolitica e la retorica del “nuovo” e della “società civile” con le istanze e i valori del vecchio pentapartito), ma portò con sé il suo enorme conflitto di interessi. Ne scaturì un bipolarismo di tipo muscolare tra antiberlusconiani e anticomunisti, frutto di coalizioni ampie ma disomogenee, costruite più per vincere che per governare; i due schieramenti non si legittimarono reciprocamente e non furono capaci di realizzare una riforma costituzionale condivisa che portasse a compimento la transizione verso la “democrazia maggioritaria” avviata dai referendum elettorali. Non poteva certo essere sufficiente la sola riforma elettorale, oltretutto gravata da limiti e contraddizioni, come vedremo analizzando il cosiddetto Mattarellum. Non solo: quel sistema prevalentemente maggioritario prevedeva la formazione delle coalizioni prima del voto e, di fatto, anche l’indicazione preventiva dei candidati premier, così da rendere gli elettori “arbitri della scelta dei governi” (secondo l’espressione di Roberto Ruffilli), ma fu subito contraddetto dalla cosiddetta “dottrina Scalfaro” che consentì di “ribaltare” i governi Berlusconi e Prodi (…).