Il riformismo e il massimalismo non sono categorie estranee alla politica italiana. Anzi, storicamente hanno accompagnato e condizionato l’evoluzione della democrazia e gli stessi governi che di volta in volta hanno guidato il nostro paese. Certo, il riformismo e il massimalismo hanno trovato maggior spazio e consistenza nel campo delle varie coalizioni di centro sinistra rispetto ad altre formule politiche e di governo. Non nella prima repubblica certamente dove, per lunghi 50 anni, i governi sono stati guidati dalla Democrazia Cristiana e dai partiti democratici e riformisti alleati con la Dc. Una stagione dove, appunto, il profilo riformista era strettamente intrecciato con le diverse formule di governo che si sono succedute nel tempo interpretato e declinato, però, dalla straordinaria esperienza politica, culturale e di governo della Democrazia Cristiana. Il campo del massimalismo, del radicalismo e dell’estremismo, come noto a quasi tutti essendo un fatto oggettivo, apparteneva all’alternativa di sinistra interpretata magistralmente dal vecchio Pci.

Ora, e per tornare all’oggi, la vicenda che ha coinvolto la vice presidente del Parlamento Europeo Pina Picierno che ha deciso di abbandonare il Pd ormai diventato l’espressione della filiera Pci/ Pds/Ds/Pd ha confermato, e per l’ennesima volta, che da quelle pari il riformismo ha semplicemente ceduto il passo allo storico e sempreverde massimalismo. E non è un caso che il profilo politico, culturale e programmatico del Pd di Elly Schlein - e del tutto legittimamente, sia chiaro - esprime in modo persino plastico il volto di una sinistra radicale e massimalista. Non lo dicono gli avversari o i cosiddetti detrattori del “nuovo corso” del più grande partito della sinistra italiana, ma lo afferma quotidianamente il gruppo dirigente di quel partito. Ed è per queste ragioni, semplici ma oggettive, che la fuga di Picierno dall’attuale Pd non è destinata ad essere una grande notizia. Certo, fa rumore per la personalità e anche e soprattutto per il ruolo istituzionale ricoperto dalla eurodeputata campana ma, francamente, rientra nella normalità che una riformista doc non sia più in sintonia con una comunità politica caratterizzata da un profilo marcatamente radicale e massimalista. Il punto centrale, però, adesso è un altro. E cioè, chi si fa carico nell’attuale coalizione di sinistra di interpretare e, soprattutto, di declinare una vera e credibile cultura riformista funzionale ad un progetto politico e di governo realmente riformisti? E questo perchè, al di là delle solite e ormai anche un po’ vecchie nonchè ripetitive prediche del sempreverde Prodi, questa era e resta il vero nodo politico da sciogliere. Perchè una vera, e credibile, alternativa al centro destra non si basa sul rilancio di una prassi radicale, massimalista, estremista o, peggio ancora, di marca populista e demagogica ma solo e soltanto con il pieno recupero e con la declinazione concreta di una ricetta autenticamente riformista. È attorno a questo nodo che si gioca la stessa credibilità del centro sinistra italiano in questa precisa fase politica del nostro paese. Coalizione che, a tutt’oggi, non si può definire tale in mancanza di una componente centrista, moderata e, appunto, di natura riformista. Su questo, e non su altro, si dovrebbe discutere parlando del congedo di Pina Picierno dal Partito democratico.