Pur essendomi sempre riconosciuto nelle posizioni della sinistra riformista, confesso di fare molta fatica ad appassionarmi alle vicende dei suoi esponenti, ovunque collocati o in via di collocazione, dalla relativa corrente del Pd ai suoi passati e futuri fuoriusciti, dagli eterni litiganti del fu terzo polo (Matteo Renzi, Carlo Calenda, Luigi Marattin) a Pina Picierno e al suo nuovo movimento, Spazio pubblico, passando per tutti quelli che insieme o in competizione con loro hanno di volta in volta partecipato, auspicato, sollecitato nuove iniziative e nuovi partiti. Non riesco ad appassionarmi perché penso ci sia ben poco che possano fare per contrastare la logica centrifuga del bipolarismo di coalizione, che del resto fu voluto, in realtà, proprio per questo, a partire cioè dall’ossessione del possibile ritorno della Balena Bianca o del grande centro o come lo si voglia chiamare.

E questo, infatti, è anche l’unico obiettivo che il sistema maggioritario introdotto per via referendaria nel 1993 abbia pienamente centrato. Non per niente, nel 1993, una semplice dichiarazione di Silvio Berlusconi a favore di Gianfranco Fini in vista delle elezioni per il sindaco di Roma portò anche un giornale moderato come il Corriere della sera a titolare scandalizzato sulla scelta di campo del «Cavaliere nero». Nel 2013, il panorama politico si era talmente radicalizzato che Fini era diventato lui il moderato, e sui giornali qualcuno arrivava persino a immaginarlo leader del centrosinistra. Dopodiché, a far rimpiangere persino Berlusconi, abbiamo avuto, a destra, l’ascesa di Matteo Salvini e poi di Giorgia Meloni, e siamo ora al generale Roberto Vannacci, che già ci spiega come gli stessi Salvini e Meloni siano troppo moderati. Mentre a sinistra la forza centrifuga del sistema ha prodotto la grillizzazione del Pd, la diaspora dei riformisti e il fallimento di tutti i tentativi centristi e terzopolisti.