Il referendum sulla giustizia di fine marzo ha lasciato tutto come stava e ha cronicizzato anomalie talmente radicate da pretendere e ottenere un pubblico riconoscimento di normalità. Il responso delle urne non ha solo confermato e costituzionalizzato il sequestro del sistema giudiziario da parte di un corpo separato dello Stato, protetto da uno speciale regime di immunità politica, ora democraticamente consacrata dal voto del popolo sovrano. Ha anche riprodotto sub specie referendaria lo schema bipolare degli uguali e contrari, cioè lo schema bipopulista, paradigma inderogabile della competizione politico-elettorale. Come a dire: in Italia si vota così, fatevene una ragione.

Malgrado i pochi, meritori e vani tentativi di parlare della riforma in discussione, per lo più screditati come inutili diversivi tecnici in una pugna eminentemente politica – davvero l’alternativa proposta in materia di ordinamento giudiziario aveva un gradiente meno politico delle presunte e immaginarie differenze tra l’idea della giustizia di Conte e di Salvini o di Travaglio e Capezzone? – la destra per il Sì e la sinistra per il No hanno agevolmente trasformato la campagna referendaria nell’ennesimo teatrino della sceneggiata bipolare e imposto l’o di qua o di là come sola scelta rilevante e patriottica.