Per un istante si vede la bandiera russa a Parigi ed è insieme un gesto proibito e logico, a prescindere dall’effetto che fa. Non esiste sport senza rappresentanza: ogni professionista gioca per una squadra, una nazionale, una comunità, un Paese e Mirra Andreeva vince il Roland Garros a 19 anni inequivocabilmente da russa, anche se l’unico colore che la definisce è il rosa. Ammettere con il divieto di associazione è solo una delle tante ipocrisie a cui ci siamo abituati.
In tribuna, una coppia aggiunge quello che è vietato sul campo. Il simbolo, il legame, il collegamento tra successo e nazione. La bandiera appare, sventola nel suo formato foulard, lo steward la indica e prima che lui arrivi ai posti ribelli, la bandiera scompare. Arrotolata in un secondo. Puf. Resta Andreeva, dalla Siberia: teenager arrivata nei posti nobili dei grandi Slam a guerra in corso. Dopo l’onda lunga del dibattito sulla presenza russa che il tennis, targato Atp e Wta, ha risolto quasi subito con l’inclusione. La regina del Roland Garros più imprevedibile di sempre, firma la sua precocità e sposta impercettibilmente la prospettiva che per forza oggi ancora non torna. Il tennis ha una numero uno bielorussa, Sabalenka, è abituato a vedere trionfi di mondi sotto sanzione, ma il settore ha scelto per la censura delle contraddizioni. Non se ne parla, non si ricorda, non si mette in discussione e, una volta ammessa, non sta a Sabalenka chiarire le posizioni. C’è e si tiene il posto. Punto. Come Rublev che dall’invasione totale dell’Ucraina di Masters Mille ne ha vinti o Medvedev che ha alzato il trofeo a Roma, nel 2023.













