Attonita Amendolara. Intontita assiste al passaggio del corteo che si origina nel luogo dell’eccidio. Dalle finestre, nei bar, da qualunque luogo si affaccino gli Amendolaresi ripetono la stessa frase: «Chissà per quanto tempo il nostro paese resterà segnato da questa tragedia. Eppure noi non c’entriamo, è accaduto qui vicino, ma poteva succedere ovunque».

Tra i proprietari delle poche strutture ricettive c’è anche Teo, storico militante dei Social Forum, generazione contro il G8, che da queste parti ha aperto un agriturismo. Traumatizzato da quanto è avvenuto, claudicante, con le lacrime agli occhi, fa notare che «qui siamo poveri. I terreni agricoli sono in Basilicata e nella piana di Sibari».

Teo partecipa all’ormai rituale e ricorrente processione tragica che da diversi anni si mette in cammino: Cutro, Rosarno, stavolta Amendolara, quasi un contrappasso. Muoiono persone migranti nelle terre calabre segnate da secoli di emigrazioni. Cadaveri di intere famiglie naufragate nel Mediterraneo si spiaggiano, braccianti neri uccisi a fucilate, arsi vivi dalle fiamme appiccate da caporali, quando non ustionati dal sole cocente del lavoro nei campi. Ogni volta che la tragedia sociale si ripropone improvvisa, un’umanità “dolente” si rimette in cammino.