Artur Osipyan
«Ma quale guerra ibrida russa? Qui in Armenia la guerra ibrida la sta facendo il governo contro i suoi cittadini, con gli stessi soldi che gli dà Bruxelles per fermare quella di Mosca». Non ha mezze parole Tigran Khzmalyan, leader del Partito europeo dell’Armenia (Epa), nel denunciare ciò che a lui e a un altro manipolo di persone riunitesi in presidio sembra un inaccettabile paradosso. Da una settimana, quotidianamente verso mezzogiorno nonostante il sole già inflessibile, c’è chi si ferma di fronte al parlamento per chiedere il rilascio dal carcere di Artur Osipyan – veterano delle guerre del Nagorno-Karabakh (exclave armena in territorio azero, definitivamente persa nel 2023 in seguito a un’offensiva militare di Baku) e attivista che dalla prigione di Nurbashen (Yerevan) è entrato in sciopero della fame.
All’origine del suo arresto niente più che un acceso diverbio con il primo ministro Nikol Pashinyan durante la campagna elettorale, proprio sulla questione del Karabakh, e alcuni successivi post sui social in cui Osipyan avrebbe apostrofato con toni coloriti (o minacciato, secondo i più critici) il politico armeno. «Non lo conoscevo personalmente ma appena ho sentito di lui ho subito pensato che fosse vittima di un’ingiustizia», racconta l’attivista e operatore educativo Gegham Ohanyan, che è invece all’origine delle proteste. In diversi punti della capitale, indipendentemente dalla presenza di esponenti politici (come il già citato Khzmalyan), sta infatti crescendo un movimento civico a sostegno del detenuto. Mentre alcuni fanno periodicamente la spola verso il parlamento, Ohanyan e altre decine di persone sono accampate in maniera permanente dirimpetto al palazzo presidenziale, nella parte “alta” di Yerevan.














