Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiL'Armenia vive un dramma simile a quelli di altri Paesi post sovietici sulla via dell'indipendenza. Con in più un ricordo atroce: il genocidio attuato dai Giovani Turchi a partire dal 1915, e raccontato da Franz Werfel ne "I quaranta giorni del Mussa Dagh".

I decenni successivi sotto il tallone di Mosca, in povertà e arretratezza, ma anche affrontati con orgoglio nazionale, sono stati anch'essi immortalati da un grande scrittore, Vasilij Grossman. Caduta l'Urss, l'Armenia rimase un protettorato russo fino a tre anni fa, quando l'Azerbaijan, sostenuto dalla Turchia, la privò dopo una guerra lampo del Nagorno Karabakh, (mentre Mosca, che avrebbe dovuto difendere Erevan con i militari presenti entro i suoi confini, preferì occuparsi dell'Ucraina). Così, come già a Kyiv, e in Moldova, l'incantesimo dell'impero neosovietico, con i suoi oligarchi e i suoi trucchi propagandistici, si è dissolto all'improvviso.

La gente ora vuole l'Europa, una democrazia reale, un tenore di vita migliore. Le elezioni, la settimana scorsa, le ha vinte Nikol Pashinyan, non proprio un politico di primo pelo, ma abbastanza esperto da avviare un progressivo allentamento dei legami con Mosca. Putin, che in campagna elettorale le aveva provate tutte per condizionare l'esito del voto, ha fallito. Aveva ordinato l'invio in Armenia di emigrati russofili per votare contro il governo Pashinyan; organizzato una campagna di disinformazione sulla vicenda del Nagorno Karabakh; distribuito pacchi regalo attraverso l’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan, nominato leader dell'opposizione. Tutto inutile. E allora, di fronte allo spettro della maggioranza assoluta filo europea, ecco il suo monito: attenti, state imboccando la strada dell'Ucraina. Chi ha orecchie per intendere, intenda.