C’è una sequenza di casi giudiziari che sta scuotendo l’Armenia e che si inserisce, più generalmente, in un ragionamento sui principi delle regole e sulle opportunità di applicarle.
Il 1 settembre l’ex ministro delle Finanze, Gagik Khachatryan, è stato portato via da casa in barella, per essere interrogato, condotto in tribunale e posto in custodia cautelare per due mesi. Inoltre il principale partito di opposizione in Armenia ha denunciato l’arresto di un gruppo di importanti critici del governo, tra cui l’ex presidente Robert Kocharyan, con l’accusa di corruzione e quello di sei candidati parlamentari alla vigilia del voto. Il tutto mentre un procedimento penale contro il capo della Chiesa apostolica armena è ancora in corso dallo scorso inverno.
Mentre sull’Azerbaigian sono fioccati vari articoli critici negli ultimi anni, si sta registrando un atteggiamento opposto nei confronti di Erevan, dettato dal silenzio: sugli arresti di questa estate non è arrivata una dichiarazione delle organizzazioni per i diritti umani, né un’analisi nelle stesse sezioni che al vicino hanno dedicato decine di articoli. E perché proprio adesso? Per qualche ragione, nonostante i numerosi episodi concreti e gli arresti degli oppositori di Pashinyan, né i media occidentali né le organizzazioni per i diritti umani vi hanno prestato attenzione. Ciò contrasta nettamente con la copertura mediatica degli eventi in Azerbaigian, costantemente criticato dai media occidentali per questioni di ben minore rilevanza pubblica.






