Benjamin Netanyahu ha bisogno di una vittoria sul campo. Non ne ha ottenuta alcuna nei sette fronti di guerra aperti dopo il massacro del 7 ottobre 2023. Ne ha bisogno in vista delle elezioni generali che si terranno in Israele a settembre. Un successo significherebbe mettere un’ipoteca sul trionfo nelle urne. Per questo, oltre a convincere il suo alleato Donald Trump ad attaccare l’Iran con un bombardamento risolutivo che si è rivelato un bluff, oggi si affanna ad allargare l’ennesimo conflitto con il Libano e a occupare sempre più terreno nella Striscia di Gaza. Giovedì 28 maggio, parlando a una conferenza, ha lanciato la sua ultima sfida. «Stiamo mettendo alle strette Hamas», ha detto a quanti gli chiedevano come intendesse procedere sul doppio fronte di guerra. «Ora controlliamo il 60 per cento della Striscia. Lo sapete. Eravamo al 50 per cento. Il mio ordine è arrivare al 100 per cento», ha aggiunto. Due giorni dopo vola nel Sud del Libano già occupato. Parla a un gruppo di soldati della Brigata Golani, l’unità speciale dell’esercito usata nelle missioni più impegnative: «Dobbiamo difendere la nostra gente nel Nord – dice – sono bersagliati dai razzi e da questi droni del tutto nuovi che non riusciamo a intercettare». Quindi, indica la mappa che ha davanti e annuncia: «Il nostro esercito ha superato il Litani, adesso sta rimontando verso Nord. Vogliamo strappare altro terreno e mantenerlo». Poi ordina di attaccare la stessa Beirut.Una mossa azzardata ma utile al suo piano. Vuole far fallire il negoziato tra Usa e Iran. Deve trascinare gli Ayatollah nel pantano libanese e costringere Trump a fare altrettanto. La tregua con Teheran è appesa a un filo e Netanyahu ha le forbici in mano. L’Iran annuncia la sospensione delle trattative. Fino a quando il Libano è martellato da Israele niente intesa su Hormuz: il presidente americano è sorpreso: il suo protetto e alleato non ha rispettato l’ordine che gli aveva trasmesso. Non voleva più «vedere crollare case e palazzi» in Libano. Soprattutto a Beirut. Era una “linea rossa” che non andava superata. Ma il premier israeliano ha altri progetti. Ha bisogno di una sua vittoria, netta. La capitale libanese, forse l’intero Paese dei cedri sotto il suo controllo, sarebbe il miglior risultato. Come mezzo secolo fa, la bandiera con la stella di David tornerebbe a sventolare sul Paese confinante. Trump lo chiama al telefono, è indispettito: «Ma sei impazzito? Lo sai che senza di me saresti in galera!». Netanyahu , insiste, spiega le sue ragioni difensive. Quindi cede e annulla il suo ordine. Niente Beirut. I suoi ministri messianici urlano indispettiti: «Un premier forte deve sapere dire al presidente Usa sì quando è possibile, e no quando è necessario. E questo il momento di dire no». Ma ormai è fatta. Tutto sospeso.Il fiume Litani, il principale del Libano, si trova 24-32 chilometri a Nord di Israele. Averlo superato acquista un significato politico e militare di primaria grandezza. La parte racchiusa a Sud del corso d’acqua è già stata distrutta, i campi agricoli devastati, case e fattorie fatte esplodere. Fonti convergenti dicono che 46 villaggi sui 54 presenti sono stati rasi al suolo. Un milione e 500 mila abitanti sono dovuti fuggire verso Nord. L’idea è fare «terra bruciata», si sgola il primo ministro libanese Nawaf Salam.Israele giustifica la sua avanzata con ragioni di sicurezza. Lamenta i continui lanci di razzi e di droni da parte delle milizie sciite del Partito di Dio iniziati il 3 marzo scorso come risposta in segno di solidarietà all’attacco Usa e israeliano all’Iran. È la tesi che accompagna ogni nuovo fronte di guerra. Ma appare risibile se si guarda al terreno. Gaza è stata rasa al suolo al 90 per cento. Ci sono stati 75 mila morti che arrivano a 100 mila con quelli ancora sotto le macerie. Dilagano fame e malattie. La tregua voluta da Trump, con il suo Board of Peace, non è mai entrata un vigore. Nessuno ha versato il contributo da un miliardo di dollari che si era impegnato a dare. Dal giorno della firma, con la pomposa cerimonia di Sharm, sono morti 911 gazawi, dei quali metà donne e bambini. La stessa linea gialla creata in Libano in meno di due mesi ha inglobato un decimo del territorio. Il numero di morti è arrivato a 3.371 e quello dei feriti 10.129.Esistono date e luoghi dal forte valore simbolico. Come il Castello di Beaufort, una roccaforte del XII° secolo, patrimonio dell’Unesco. L’ha conquistato il 30 maggio la Brigata Golani; beffardamente, ci ha issato sopra le bandiere israeliana e del corpo. È un gesto che riporta la storia indietro di 44 anni. Al 1982, quando lo stesso forte fu preso dagli stessi soldati durante l’occupazione durata 18 anni.Sul Libano è intervenuto il presidente Emmanuel Macron. La Francia lo considera ancora un suo protettorato. Ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sappiamo già che produrrà una semplice condanna. Mai come in questo momento Israele si sente così forte. Ha bandito da tempo l’Onu colpevole di aver prodotto l’ultimo rapporto in cui inserisce lo Stato ebraico tra quelli che usano la violenza sessuale come arma di guerra. Netanyahu ha interrotto ogni rapporto con l’ufficio del segretario generale António Guterres. Non ha più scrupoli: nemmeno quelli di svelare chiaramente il suo Piano D. Quello avviato dai tempi di Ben Gurion e mai abbandonato. Lui pensa agli equilibri esterni e affida ai suoi alleati ministri fascisti e razzisti il lavoro interno. Itamar Ben-Gvir, gestisce la polizia che aiuta i coloni a occupare sempre più terra nella Cisgiordania palestinese. Bezalel Smotrich, titolare delle Finanze, assegna per legge quelle terre ai soli israeliani. I nuovi insediamenti sono uniti da autostrade subito realizzate. Servono a tagliare ogni collegamento tra le aree rimaste ancora in mano ai palestinesi. La Cisgiordania è ormai a macchia di leopardo. Con la conquista totale di Gaza e metà del Libano e l’avvio dell’«emigrazione volontaria» dei palestinesi, il sogno per un Grande Israele è quasi realizzato. La pulizia etnica: una terra per soli ebrei, assegnata da Dio ad Abramo, senza arabi e cristiani.
La guerra totale che serve a Netanyahu
L’avanzata in Libano che ha fatto infuriare Trump è parte del disegno: l’instabilità globale serve a capitalizzare risultati in vista delle elezioni interne di













