Nucleare In bolletta ancora i costi dello smantellamento delle quattro vecchie centrali

La biografia di Emilio Molinari, sindacalista e attivista per i beni comuni scomparso lo scorso anno, lo ritrae durante un comizio negli anni Ottanta davanti alla centrale nucleare di Caorso, lungo il fiume Po, in provincia di Piacenza: a quasi quarant’anni dal referendum che in Italia ha portato alla chiusura delle centrali nucleari, quella foto potrebbe essere replicata, perché alcuni degli edifici della centrale – come quello che ospita il reattore – sono ancora lì: nonostante il decommissioning iniziato nel 1999, l’area ospita ancora quasi mille metri cubi di rifiuti nucleari, secondo i dati diffusi da Sogin, la società pubblica che è responsabile dello smantellamento delle quattro centrali nucleari italiane – oltre a Caorso ci sono Trino (Vercelli), Latina e Garigliano (Caserta), e degli impianti legati al ciclo del combustibile nucleare: Eurex di Saluggia (Vercelli), Itrec di Rotondella (Matera), Ipu e Opec a Casaccia (Roma) e Fn di Bosco Marengo (Alessandria).

Il referendum del novembre 1987 non esplicitò la richiesta di chiusura, ma portò la politica a comprendere che la volontà dei cittadini – senz’altro toccata da quanto avvenuto l’anno prima a Chernobyl – era quella di cancellare questo tipo di impianti. Tra le norme abrogate, ad esempio, c’era quella che consentiva al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica, oggi Cipess) «di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti».