L'Italia muove i primi passi in campo nucleare dopo la seconda guerra mondiale, nel 1946, nella ricerca, e arriva nei primi anni Sessanta a piazzarsi terza nel mondo nella produzione di energia elettrica dall'atomo. Negli anni successivi il percorso è stato altalenante tra referendum abrogativi (nel 1986 e nel 2011) e, nel mentre, tentativi di rilancio del nucleare nonostante il 'no' chiaro degli italiani.
A 70 anni dal pioneristico debutto nel nucleare e a 50 anni dal primo referendum, il governo Meloni torna ora a riproporre l'atomo come fonte pulita e sicura, grazie alle nuove tecnologie, per far fronte alle necessità di autonomia e sicurezza energetica e di decarbonizzazione.
Tutto comincia nel novembre 1946 quando un gruppo di privati industriali (da Montedison alla Fiat da Pirelli a Falck, Edison e Sade) decide di dar vita al Centro Informazioni Studi ed Esperienze ovvero all'Organizzazione atomica italiana, primo centro di ricerche nucleari applicate presso il Politecnico di Milano, visto il maggior fabbisogno di energia richiesto da parte del Paese.
Negli anni Sessanta vengono costruite e avviate alla produzione di elettricità le centrali di Latina da Agip nucleare, Garigliano (Caserta) finanziata da un prestito della Banca mondiale, Trino Vercellese da Edison mentre Caorso, in provincia di Piacenza. entrò in funzione nel 1981. Una scelta che consente all'Italia una certa autonomia energetica. Ma dopo il disastro di Chernobyl del 1986 che terrorizza il Paese il movimento ambientalista scende in campo con forza. Un anno dopo l'Italia è l'unico Paese al mondo a chiedere di fermare il nucleare con tre referendum che portano all'abrogazione delle norme che consentono ad Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero, prevedono la concessione di compensi ai Comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone e la competenza del Cipe a decidere sulla localizzazione delle centrali in caso di inerzia degli enti locali nei tempi stabiliti.












