Dopo quasi 40 anni senza reattori in funzione, l'Italia torna a interrogarsi sul nucleare. Eppure, il dibattito non è mai davvero finito: ecco come referendum, crisi energetiche e nuove tecnologie hanno segnato la storia dell'atomo nel nostro Paese
Il 2026 potrebbe essere ricordato come l’anno del ritorno del nucleare in Italia. Non nei fatti, perché nessuna centrale è oggi in funzione o in costruzione, ma perché l’energia atomica è tornata (per l’ennesima volta) al centro del dibattito politico. Oggi se ne parla soprattutto in termini di lotta al cambiamento climatico e come una questione di sicurezza e indipendenza energetica. Un’esigenza, quest’ultima, certamente non nuova. Anzi, è proprio ciò che ha spinto i governi italiani del secondo dopoguerra a valutare per la prima volta l’energia nucleare e avviare i primi programmi di ricerca.
I primi passi nel dopoguerra e lo scetticismo degli Usa
Pochissimo tempo dopo la fine della guerra, l’Italia vede nella ricostruzione della propria sovranità energetica una delle priorità su cui iniziare a mettersi all’opera. Nel 1946, nasce il Cise, Centro Informazioni Studi ed Esperienze, a cui partecipano alcune grandi imprese industriali italiane: dalla Fiat a Edison, passando per Pirelli e Falck. Di fatto, si tratta di uno dei primi nuclei di ricerca sull’energia atomica in Europa, che però non è visto di buon occhio dagli americani.








