di

Riccardo Bruno, inviato

Il sopravvissuto: noi chiedevamo un contratto. I pm: gli indagati crudeli e senza pentimenti

CASTROVILLARI (COSENZA) - Sono stati chiusi nell’auto e bruciati vivi perché si erano lamentati di avere un contratto di lavoro solo sulla carta. E perché «ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivano dieci persone». Le parole sono dell’unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, Taj Mohammad Alamyar, dove sono morti quattro suoi compagni, tre afghani e un pachistano: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi.

Il racconto del superstite (ustionato e con un braccio rotto) ha aperto uno squarcio decisivo su quanto è successo lunedì scorso alle 13 alla stazione di servizio lungo la Statale ionica. Ed è uno degli elementi portanti dell’inchiesta della Procura di Castrovillari e della Polizia di Cosenza che ha portato giovedì il Gip a convalidare il fermo dei due presunti assassini, i pachistani Ali Raza e Safeer Ahmed, assistiti dagli avvocati Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli. Decisive le immagini delle telecamere di videosorveglianza che hanno ripreso tutte le fasi della strage.