«Un episodio di gravità inaudita». Così Alessandro D'Alessio, procuratore della Repubblica di Castrovillari, definisce la strage dei braccianti di Amendolara. «L'episodio è stato ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza. Indagini ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l'ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud. È stato un episodio di gravità inaudita sia per oggettività, 4 morti, che per le modalità». Il caporalato è una delle piste, ma non l'unica. «Sul contesto stiamo ancora indagando» ha aggiunto. «In questo monento il quadro indiziario è stato mirato all'identificazione degli autori» dell'omicidio «e lo sottoponiamo così al giudice. Ovviamente ogni azione ha sempre un inquadramento e un contesto e anche su quello stiamo lavorando». Le vittime, ha spiegato poi il procuratore, erano tutti in Italia con regolare permesso di soggiorno ed erano incensurati e presenti in Italia da anni.
Intanto sabato si terrà una manifestazione della Cgil partendo dalla stazione di servizio dove sono stati uccisi i quattro braccianti proseguendo con un corteo fino ad arrivare in piazza ad Amendolara, nel Cosentino. Lo rende noto all'ANSA la segretaria generale Flai Cgil Pollino-Sibaritide Federica Pietramala spiegando che non è ancora stato confermato l'orario ma, con ogni probabilità, si terrà nel pomeriggio. Alla manifestazione parteciperà anche il segretario generale Maurizio Landini.«L'orribile omicidio dei quattro braccianti in Calabria ha sconvolto tutti noi. La notizia dei primi fermi, resi possibili anche grazie agli elementi prontamente raccolti dagli investigatori attraverso il sistema di videosorveglianza dell'area in cui si sono svolti i fatti, rappresenta un passo importante verso l'accertamento della verità e delle responsabilità. Il mio pensiero va alle vittime e ai loro familiari. L'Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie: è fondamentale fare piena luce su questo terribile crimine e assicurare tutti i responsabili alla giustizia». Così su X la premier Giorgia Meloni in merito all'omicidio dei braccianti di Amendolara. Chi erano le vittime Erano tutti giovanissimi. Tornavano a casa dopo l'ennesima giornata estenuante nei campi. Poi, l'omicidio spietato mentre erano fermi con l'auto a un distributore di benzina. I braccianti bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) lunedì scorso sono il pachistano Waseem Khan, di 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27).Alla loro identificazione, visto lo stato dei corpi, gli investigatori sono giunti grazie ai documenti trovati nell'appartamento in cui vivevano a Villapiana insieme ad altri migranti, tra i quali Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni, unico sopravvissuto alla strage per essere sfuggito alle fiamme rompendo un finestrino.Le due persone sottoposte a fermo sono i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni. Vivevano in 10 un appartemento da 500 euro Due giorni dopo la strage di Amendolara c'è silenzio in via Gramsci, a Villapiana, fuori dall'appartamento in cui al primo piano abitavano i quattro migranti uccisi insieme ad altre sei persone. «Bravissimi ragazzi che uscivano la mattina e tornavano la sera. Quando erano a casa era come se non si sentissero. Molto rispettosi ed educati», raccontano i vicini. I ragazzi vivevano nell'appartamento da meno di due mesi. Uno dei quattro migranti uccisi «era solito, al rientro da lavoro, portare della frutta in dono al vicinato, soprattutto ai bambini», racconta un vicino. Per quella casa i caporali pretendevano 500 euro al mese di affitto. Da dividere in dieci e sottrarre alla loro paga, riporta il Corriere della Sera. Poi c’erano da aggiungere le spese per vitto e per qualunque «carta» legata ai permessi di soggiorno. Urlavano nell'auto «Alì e Bat erano davanti, uno alla guida, l'altro al suo fianco. Avevamo finito il turno e ci stavano riportando a casa. Erano nervosi, parlavano tra loro fitto, quando siamo arrivati ad Amendolara sono entrati nell'area di servizio. Si sono fermati, sono scesi e uno dei due ha messo i soldi nel bancomat. Poi ha preso la pistola della benzina e ha iniziato a cospargere l'auto di carburante, dentro e sulla carrozzeria». A raccontare gli istanti della strage dei braccianti di Amendolara è Taj Mohammad Alamyar, l'unico sopravvissuto.«Prima che potessimo reagire - ha detto in un'intervista a La Repubblica -, ha chiuso le due portiere con le chiavi. Un pakistano chiudeva, l'altro teneva le portiere sotto pressione, le spingeva da fuori. Abbiamo iniziato a urlare, ma hanno aperto il portellone dietro e lanciato un accendino all'interno. È stato un attimo, l'inferno. Sentivo bruciare la testa». Con le quattro vittime condivideva il lavoro («raccoglievamo le fragole a Scansano») e la casa a Villapiana. Alì e Bat, spiega Taj Mohammad, afgano di 35 anni, sono «due caporali pakistani, gente che vende hashish e viaggia con pistole e coltelli». Erano loro a prendere i migranti per portarli nei campi. «Otto ore di lavoro, fino a mezzogiorno, quando inizia il caldo insopportabile».Perché hanno dato fuoco al monovolume? «Abbiamo discusso, l'altra mattina abbiamo proprio litigato. Non volevano pagarci, dallo scorso 20 aprile non vediamo soldi». I due pakistani «dicevano che avevamo già un alloggio e il cibo garantiti, per loro era abbastanza», racconta ancora il sopravvissuto, che aggiunge: «Quei due sono trafficanti di droga e prendono gli ordini da Kassan, un pakistano che gira sempre armato e vende eroina con gli italiani. Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana».Taj Mohammad Alamyar guarda al futuro. «La Cgil mi sta aiutando. So che stanno cercando un'azienda con una casa all'interno, datori di lavoro seri». Non vuole andare via dall'Italia. «Resto qui. Non posso scappare dall'Italia».Il sistema Nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di un contingente compreso tra 11.000 e 12.000 lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità. Un fenomeno particolarmente rilevante nelle raccolte stagionali, differenziato a seconda dei territori, che in provincia di Cosenza interessa soprattutto i territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia, Trebisacce, e strettamente connesso alla presenza e alle forme di mobilità della manodopera straniera, proveniente soprattutto da India, Marocco e Mali. Lo rileva il Cnr-Ismed, l'Istituto di Studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche, intervenendo sull'omicidio di quattro braccianti agricoli ad Amendolara. Come spiegano i ricercatori del Cnr-Ismed, Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, all’interno di questo ampio bacino di lavoratori convivono situazioni molto differenti tra loro. Si passa infatti da forme di occupazione solo formalmente regolari, il cosiddetto "lavoro grigio", caratterizzate dalla presenza di un contratto, a condizioni di lavoro completamente informali. In molti casi, infatti, anche la sottoscrizione di un contratto non rappresenta una reale garanzia di tutela. Dietro rapporti apparentemente regolari si celano spesso condizioni di sfruttamento caratterizzate da orari di lavoro ben superiori a quelli previsti dalla normativa, retribuzioni assimilabili al cottimo ma formalmente presentate come salari ordinari, nonché da un numero di giornate lavorative dichiarate inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte. Nei casi di lavoro nero, invece, si è spesso di fronte a forme di sfruttamento estremo, alimentate dalla precarietà delle condizioni di vita, dall’assenza di un regolare permesso di soggiorno e dalla mancanza di reali alternative occupazionali. Un sistema complesso e articolato - spiegano i ricercatori del Cnr-Ismed, Ferrarese e Di Sanzo - che interessa segmenti sempre più estesi delle filiere agricole calabresi e, più in generale, dell’intero comparto agricolo nazionale, che si regge anche su consolidati meccanismi di intermediazione illecita della manodopera. Fenomeno che ha assunto negli ultimi decenni configurazioni sempre più sofisticate. «Le indagini e gli studi sul tema evidenziano - sottolineano - una crescente integrazione operativa tra caporali stranieri e intermediari italiani, capaci di adottare modalità di reclutamento e gestione della forza lavoro sempre più difficili da individuare. Si sviluppano così vere e proprie reti del caporalato, nelle quali organizzazioni e figure di riferimento appartenenti a diverse comunità straniere interagiscono con interessi economici e strutture locali. In alcuni territori, tra cui la Calabria, il fenomeno si intreccia inoltre con il tradizionale interesse delle organizzazioni criminali nei confronti del settore agricolo. In questo sistema il ricorso alla violenza non rappresenta un elemento episodico. La dimensione coercitiva, nelle sue molteplici forme, appare per certi aspetti inscritta nello stesso termine “caporale”. L’origine militare della parola richiama infatti un modello gerarchico fondato sull’obbedienza e sulla disciplina, nel quale il dissenso e l’insubordinazione non trovano spazio. In questo contesto, il rapporto tra caporale e bracciante si configura non come una normale relazione lavorativa, bensì come un rapporto di potere e subordinazione, esercitato attraverso il controllo delle persone, la dipendenza economica e, nei casi più gravi, il ricorso alla minaccia e alla violenza».










