Erano transitati dalla Sardegna, prima di arrivare in Calabria, i quattro braccianti uccisi bruciati vivi ad Amendolara lunedì scorso. Le vittime sono un pachistano Waseem Khan, di 29 anni, e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27). A Villapiana, fuori dall’appartamento in via Gramsci in cui abitavano, regna solo il silenzio. «Bravissimi ragazzi che uscivano la mattina e tornavano la sera. Quando erano a casa era come se non si sentissero. Molto rispettosi ed educati», raccontano i vicini. I ragazzi vivevano nell’appartamento da meno di due mesi. Uno dei quattro migranti uccisi «era solito, al rientro da lavoro, portare della frutta in dono al vicinato, soprattutto ai bambini», racconta un vicino.
Intanto si è riservato la decisione il Gip di Castrovillari al termine dell’udienza nei confronti di Safeer Ahmed e Ali Raza, i due pachistani accusati di essere gli autori della strage dei braccianti di Amendolara. I due, come avevano annunciato i legali Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. «Sono sereni come lo si può essere in circostanze del genere» hanno sottolineato gli avvocati che si sono opposti alla richiesta di misura cautelare avanzata dalla dm Roberta Bello.










