Ricevere una diagnosi di tumore della vescica significa spesso entrare in un percorso lungo, fatto di controlli, terapie e, in alcuni casi, procedure invasive ripetute. Per molti pazienti, quindi, l’obiettivo non è soltanto controllare la malattia, ma anche preservare il più possibile la quotidianità, l’autonomia e la qualità di vita. Da questo punto di vista arrivano dati importanti dallo studio di fase III Potomac, presentato al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso a Chicago. Nei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva, quasi il 90%, per la precisione l’87,6%, è vivo a 5 anni grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab alla terapia standard con Bacillus Calmette-Guérin, più noto come BCG.

Che cosa ha mostrato lo studio Potomac

Lo studio ha valutato l’efficacia dell’aggiunta di durvalumab, farmaco immunoterapico, alla terapia di induzione e mantenimento con BCG. Il risultato principale è rilevante: il nuovo regime si associa a una riduzione del rischio di recidive e, allo stesso tempo, non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita dei pazienti. Quest’ultimo aspetto è stato valutato attraverso questionari compilati direttamente dai pazienti, i cosiddetti patient-reported outcomes, strumenti che aiutano a capire come la terapia venga vissuta nella vita reale, al di là dei soli dati clinici.