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Redazione Salute

L'aggiunta dell'immunoterapia alla cura standard diminuisce le probabilità che la malattia si ripresenti e migliora la qualità di vita dei malati

Quasi il 90% (87,6%) dei pazienti con tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio di recidiva è vivo a cinque anni dalla cura. Un risultato ottenuto grazie all’aggiunta di un anno di trattamento con durvalumab alla terapia di induzione e mantenimento con Bacillus Calmette-Guérin (BCG). Non solo. Il nuovo regime non ha mostrato un impatto clinicamente rilevante sulla qualità di vita, valutata attraverso questionari compilati dai pazienti. È quanto emerge dallo studio di fase tre (l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura) POTOMAC, presentato durante il congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco), da poco conclusosi a Chicago.

Aumentare le possibilità di guarigioneNel 2025, in Italia, sono stimati circa 29.100 nuovi casi di tumore della vescica. «Circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, individuate quindi in una fase iniziale della malattia, nella quale le nuove terapie possono significativamente aumentare le possibilità di guarigione e migliorare la qualità di vita dei pazienti – spiega Rossana Berardi, Presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche -. Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare, che coinvolga diverse figure specialistiche, tra cui oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo».