C’è un modo comodo per raccontare le uscite dal Partito democratico da quando c’è Elly Schlein: derubricarle a nostalgia riformista, insofferenza centrista, malumore personale, resistenza al nuovo. Ma se si mettono in fila i nomi, il quadro diventa meno liquidabile. Perché non se ne sono andati soltanto ex renziani in cerca di vendetta, ma, prima di Pina Picierno, pezzi diversi della storia democratica: cattolici, riformisti, amministratori, sindacalisti, eurodeputati, dirigenti locali, uomini e donne che per anni hanno rappresentato la promessa originaria del Pd, cioè tenere insieme culture politiche diverse. Il primo segnale arrivò subito, con Beppe Fioroni, fondatore del Pd, che dopo la vittoria di Schlein disse che quello non era più il partito che aveva contribuito a costruire. Poi Andrea Marcucci, ex capogruppo al Senato, non rinnovò la tessera. Poi Enrico Borghi, senatore, lasciò per Italia Viva parlando di un Pd diventato massimalista. Poi Caterina Chinnici, eurodeputata, ex magistrata, figlia di Rocco Chinnici, passò a Forza Italia, spiegando di non riconoscersi più su giustizia, sicurezza, diritti e cultura di governo. Si poteva ancora dire: assestamento fisiologico. Ogni nuova segreteria seleziona, ogni linea include qualcuno ed esclude qualcun altro.Ma la sequenza è continuata. Alessio D’Amato, candidato governatore del Lazio, lasciò l’assemblea nazionale e poi approdò ad Azione. Massimiliano Smeriglio, eurodeputato venuto da sinistra, non certo un liberale in fuga dal sol dell’avvenire, lasciò la delegazione dem a Bruxelles perché non si riconosceva in una direzione politica giudicata chiusa. E già qui si capisce che il problema non riguarda solo il centro riformista: riguarda la capacità del Pd di restare plurale senza trasformare il pluralismo in una concessione fastidiosa. Poi sono arrivati i casi più rivelatori. Daniele Nahum, consigliere comunale a Milano, ha lasciato dopo il 7 ottobre, denunciando ambiguità su Israele, sul linguaggio usato a proposito di Gaza e sul clima cresciuto attorno alla comunità ebraica.Qui la frattura non è sul Jobs Act, non è sulle tasse, non è sul salario minimo: è culturale, internazionale, identitaria. Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl, senatrice, è passata a Italia Viva dopo lo scontro sulla partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese: una battaglia sociale, sindacale, cattolica, riformista, non esattamente un vezzo da salotto liberale. Elisabetta Gualmini, eurodeputata, ha lasciato per Azione parlando di “mutazione genetica” del Pd. Marianna Madia, ex ministra, ha lasciato il gruppo dem alla Camera per approdare da indipendente a Italia Viva, dicendo di voler continuare a battere la destra, ma non più da quella casa. E poi c’è Emanuele Fiano, che formalmente non risulta uscito, ma politicamente ha sfiorato la rottura dopo la richiesta del Pd milanese di interrompere il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Ha detto parole durissime, poi è rimasto. Ma il punto è proprio questo: quando un dirigente come Fiano, storia ebraica, democratica, antifascista, arriva a sentirsi quasi straniero nel proprio partito sul rapporto con Israele, il problema non è soltanto chi esce. È anche chi resta stringendo i denti.Naturalmente non tutte queste storie sono uguali. Borghi non è Smeriglio, Furlan non è Chinnici, Nahum non è Gualmini, Madia non è D’Amato. C’è chi va verso Renzi, chi verso Calenda, chi verso Forza Italia, chi verso la sinistra rossoverde, chi resta sulla soglia. Ma il filo comune esiste: il Pd di Schlein è più identitario, più mobilitante, più riconoscibile, e proprio per questo meno capace di contenere mondi diversi. Il cattolicesimo democratico soffre. Il riformismo liberale scappa. Il sindacalismo partecipativo non si riconosce. Il garantismo si sente orfano. Una parte dell’ebraismo democratico si sente lasciata sola. Persino pezzi della sinistra non allineata faticano a trovare spazio. Il paradosso è evidente. Schlein ha vinto promettendo di riaprire il Pd alla società, ma nel frattempo il partito si è ristretto rispetto alla sua storia. Può darsi che sia una scelta: meno ambiguità, meno compromessi, meno correnti, più identità. Ma un partito che vuole governare non può vivere solo di identità. Deve parlare ai militanti senza spaventare gli elettori, costruire coalizioni senza perdere competenze, combattere la destra senza regalare alla destra tutti quelli che non si sentono a casa in una sinistra massimalista. Le fuoriuscite dal Pd, prese una per una, possono sembrare incidenti. Messe in fila, diventano una radiografia. Non dimostrano che Schlein abbia torto su tutto. Dimostrano però che il suo Pd sta pagando un prezzo: essere più netto, ma meno largo; più militante, ma meno capiente; più fedele alla nuova anima, ma meno fedele alla promessa originaria del Partito democratico. La domanda, allora, non è soltanto quanti usciranno ancora. E quanti, restando dentro, si sentiranno ancora davvero dentro.