C’è la guerra e poi la tregua che ferma le violenze dove le armi non hanno risolto le cose. C’è, tuttavia, anche la guerra durante la tregua. O viceversa. Un esempio è la difficoltà di definire cosa sia ciò che quotidianamente accade fra Stati Uniti e Iran: il lunedì si tratta, il martedì si spara, il mercoledì si tratta mentre si spara.
Ma il caso più lampante è l’Israeliano: inconfutabile e doppio perché si svolge su due fronti separati, a Gaza e Libano. Quasi otto mesi dopo il cessate il fuoco, secondo l’Onu, nella striscia gli israeliani hanno ucciso 922 palestinesi. Per il Libano ci sono stati un piano americano alla fine del 2024, una trattativa tripartita (Usa, Israele, Libano) a Washington, un cessate il fuoco il 16 aprile. Ma Hezbollah non ha mai smesso di lanciare razzi e droni sul Nord d’Israele e Israele di radere al suolo mezzo Libano, facendo 3.400 morti, la grande maggioranza dei quali civili. Come a Gaza.
Tuttavia, non è solo questione di vittime. Il premier Benjamin Netanyahu ha ordinato all’esercito di allargare l’occupazione israeliana nella striscia dal 62 al 70%, restringendo lo spazio bombardato, nel quale i palestinesi cercano di sopravvivere. In Libano gli israeliani sono ormai oltre il fiume Litani e forse non si fermeranno.














