A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, tutti intercettati e senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.

La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da un nuovo episodio sul fronte libanese: questa volta un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva subito, con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. È a quel punto che entra in scena l’Iran, che rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani. Israele replica a sua volta colpendo obiettivi in Iran.

Nessuno degli attori sembra però voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto e totale. I missili iraniani vengono intercettati, non ci sono vittime, e anche le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitare però il punto di non ritorno.