Cento giorni. Tanto è passato dall’attacco israelo-americano all’Iran e dall’inizio di un conflitto che Donald Trump promette “è vicinissimo” a chiudersi, ma che non si chiude. Ieri, ancora, dopo che l’esercito israeliano aveva bombardato Dahiyeh, quartiere sciita a sud di Beirut, Teheran ha dato seguito alle minacce, tornando a colpire lo Stato ebraico che, a sua volta, ha risposto al fuoco colpendo la Repubblica Islamica. La televisione di stato iraniana ha riferito di esplosioni a Isfahan, Karaj, Tabriz e Teheran. Le autorità non hanno fornito dettagli su cosa fosse stato colpito, né sui danni, mentre Israele afferma di aver centrato, tra l’altro, un complesso petrolchimico. Anche i ribelli Houthi yemeniti, allineati con l’Iran, hanno aperto il fuoco contro Israele e avvertito che avrebbero preso di mira navi affiliate a Israele nel Mar Rosso, facendo temere nuove significative interruzioni sulla principale rotta commerciale, mentre lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Così, mentre lo stato dei negoziati resta incerto, il primo scontro incrociato tra Israele e Iran dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’8 aprile scorso, alimenta timori di un ritorno a una guerra regionale su vasta scala. Comprensibile dunque che i mercati abbiano reagito con agitazione: nelle ore successive agli attacchi, il petrolio Brent è aumentato di 3 dollari e mezzo, raggiungendo i 96 dollari al barile, mentre le borse asiatiche, una regione fortemente dipendente dalle importazioni petrolifere, hanno registrato un forte calo.
Iran: cento giorni di guerra | ISPI
Iran e Israele tornano a colpirsi. Trump invita entrambi a fermarsi e tornare ai negoziati, ma il cessate il fuoco regge solo su carta












