Un centesimo giorno di guerra che si trasforma nel preludio di un'escalation totale, per poi congelarsi di colpo in una tregua armata sotto la pressione disperata della Casa Bianca. Le ultime ventiquattro ore nel quadrante dell'Asia Occidentale hanno registrato il picco di tensione più alto dall'inizio del conflitto tra Israele e Iran. In un vertiginoso susseguirsi di raid aerei, lanci di missili balistici e minacce, i due storici rivali hanno sfiorato il punto di non ritorno (di nuovo), ridisegnando le geografie del terrore e costringendo il presidente americano Donald Trump a un intervento pubblico dal carattere fortemente opaco per fermare i bombardamenti.
Lo stallo negoziale, che dura ormai da intere settimane, è saltato bruscamente quando i caccia israeliani hanno puntato il cuore di Beirut. Un attacco poco chirurgico e devastante che ha frantumato le "linee rosse" imposte dalla parte iraniana impegnata del conflitto, scatenando l'immediata e massiccia rappresaglia missilistica di Teheran contro tre grandi basi militari israeliane.Il raid su Dahiyeh: Israele colpisce il cuore di Beirut La miccia che ha infiammato la regione, la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stata accesa nella periferia meridionale della capitale libanese. Dopo aver intercettato una serie di razzi lanciati da Hezbollah verso le comunità del nord, le Forze di Difesa Israeliane hanno sferrato un attacco aereo mirato contro il quartiere di Dahiyeh, colpendo diversi appartamenti dislocati all'interno di due edifici residenziali. L'ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha immediatamente rivendicato l'operazione, definendola un raid «contro un centro di comando di miliziani nel quartiere Dahiyeh».Fino a questo momento, la zona sud di Beirut, considerata la roccaforte logistica del Partito di Dio sciita filoiraniano, era rimasta parzialmente protetta da una sorta di tregua diplomatica non scritta, consuetudinaria, essendo stata colpita soltanto due volte dalla metà di aprile. Il superamento di questo confine geografico ha spinto il comando militare iraniano a dichiarare che «con l'attacco a Beirut Israele ha superato tutte le linee rosse».Subito dopo il bombardamento, le IDF hanno diramato un ordine tassativo di evacuazione immediata per gran parte della città costiera di Tiro e per le aree rurali circostanti, preludio a una nuova e massiccia ondata di attacchi.Sullo sfondo resta il giallo dei rapporti tra Tel Aviv e Washington. Se da un lato il presidente Donald Trump, dopo la presunta telefonata rabbiosa contro Netanyahu, ha rivendicato pubblicamente di aver fatto pressioni sul premier israeliano affermando: «Ho chiesto al primo ministro Netanyahu di compiere attacchi più chirurgici contro Hezbollah», dall'altro le ricostruzioni giornalistiche della tv saudita confermano che Israele aveva formalmente avvisato gli Stati Uniti pochi istanti prima di sganciare le bombe, ponendo l'alleato americano di fronte a un inespugnabile fatto compiuto.La furia di Teheran e le minacce alle basi americane La reazione politica della Repubblica Islamica non si è fatta di certo attendere e ha assunto toni di forte violenza verbale, prendendo di mira non solo lo Stato ebraico, ma anche gli asset militari statunitensi nella regione. Il deputato iraniano Ebrahim Rezaei, esponente di spicco della fazione ultraconservatrice, ha lanciato un duro monito attraverso i propri canali social: «Daremo una risposta ferma e dolorosa all'attacco del regime sionista su Dahiyeh. Questi cani rabbiosi devono essere puniti e rimessi al loro posto. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati».Ancor più pesante l'affondo di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento di Teheran, che ha accusato direttamente l'amministrazione Trump di complicità, dichiarando legittimo il bersagliamento delle installazioni militari americane nel Golfo:«Usa e Israele non rispettano la tregua né credono nel dialogo, e con il blocco navale e la violazione degli accordi sul Libano hanno dimostrato di capire solo il linguaggio della forza. L'assedio marittimo contro la nazione iraniana e il via libera odierno degli Stati Uniti al regime sionista trasformano le basi e gli asset americani nella regione in obiettivi legittimi».Trump gela il negoziato sui 24 miliardi Mentre sul terreno i missili erano pronti sulle rampe di lancio, sul fronte diplomatico si consumava uno stallo totale legato ai beni economici. In un'intervista registrata in Wisconsin, Donald Trump aveva assicurato di essere «molto vicino» a un accordo storico con Teheran per la neutralizzazione dell'uranio arricchito. Tuttavia, il punto di rottura insanabile resta lo sblocco immediato di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all'estero, di cui i pasdaran pretendono la metà alla firma dell'intesa.La linea del tycoon sembra essere un muro invalicabile. Subordinando la restituzione del denaro al comportamento futuro del regime, Trump ha dichiarato: «Questo avverrà in un secondo momento. Se si comporteranno bene, se faranno un buon lavoro, allora inizieremo a discutere». A incendiare ulteriormente gli animi è intervenuto un piano del Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, intenzionato a quantificare i danni inflitti dall'Iran per reindirizzare quegli stessi miliardi congelati verso i paesi arabi del Golfo alleati di Washington. Una mossa che Teheran ha bocciato in maniera lapidaria e ha considerato come un'impudenza intollerabile, replicando che i propri asset «non sono bottino di guerra di Washington né un fondo di pagamento per i suoi alleati».Resta durissimo anche il monito di Trump sul programma nucleare e sui siti di arricchimento dell'uranio, prospettando un intervento militare distruttivo in caso di fumata nera nei colloqui: «Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove. Ce ne andremo con loro o senza di loro. Ma non permetteremo che ci sparino addosso, chiaro? Se invece non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza. E ce ne andremo prima di farlo, in questo modo la nostra sicurezza sarà comunque garantita».Scatta l'Operazione Nasr Poche ore dopo le dichiarazioni politiche, le forze aerospaziali del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno fatto scattare la rappresaglia militare, denominata Operazione Nasr. Secondo i dati diffusi dal comando di Tel Aviv, l'Iran ha lanciato circa 30 missili balistici a medio e lungo raggio contro il territorio israeliano, supportato dall'azione dei ribelli Houthi dello Yemen, che hanno scagliato due vettori a lungo raggio annunciando contestualmente il «divieto totale e assoluto di navigazione marittima israeliana nel Mar Rosso». Yahya Saree, portavoce dei ribelli, ha avvertito: «Risponderemo all'escalation con l'escalation». In aggiunta a ciò, gli Houthi hanno dichiarato di aver ufficialmente chiuso lo Stretto di Bab el Mandeb, complementare e parallelo a quello di Hormuz, a qualsiasi traffico concernente Israele.I missili dei Pasdaran hanno preso di mira tre installazioni militari strategiche dello Stato ebraico: la base aerea di Ramat David, situata a soli 20 chilometri da Haifa e definita dai media iraniani Tasnim e Al Jazeera come la fonte dei raid su Beirut, la base di Nevatim nel sud del paese e la base di Tel Nof nel distretto centrale. Le Guardie della Rivoluzione hanno dedicato l'attacco ai martiri della guerra dei dodici giorni del giugno 2025, spiegando che l'azione è giunta in risposta al precedente bombardamento israeliano contro tre stazioni radar in Iran e in difesa dei territori libanesi.Mentre le sirene d'allarme risuonavano in tutto il territorio israeliano e in diversi Paesi del Golfo come Bahrein e Kuwait, una fitta "nebbia" avvolgeva i vertici di Teheran. Secondo fonti d'intelligence intercettate da Iran International, i canali di comunicazione tra la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, e i funzionari militari sono rimasti completamente interrotti per tutta la notte. Il sospetto degli analisti è che i Pasdaran abbiano lanciato i missili balistici applicando protocolli automatici preimpostati, senza alcuna autorizzazione o coordinamento in tempo reale con l'ufficio della Guida Suprema, sulla base delle strutture della Dottrina della Difesa a Mosaico e a causa di una reazione considerata troppo rapida per i tempi della diplomazia interna.Fox News e il cessate il fuoco "ordinato" da Washington Con i caccia israeliani già pronti a decollare per l'attacco di contro-rappresaglia sul territorio iraniano, spinti dalle dichiarazioni incendiarie del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, secondo cui «Teheran deve bruciare», Donald Trump ha deciso di tagliare i nodi gordiani della crisi con un personale "blitz" mediatico. Intervenendo d'urgenza in diretta sull'emittente Fox News, da alcuni analisti e americani definita come "la voce della monarchia Trump", il presidente statunitense ha mandato un ordine perentorio ai leader iraniani: «Avete lanciato i vostri missili, la risposta è stata udita, basta così».La richiesta, disperata dietro infrante lenti autoritarie, della Casa Bianca ha sortito l'effetto sperato, bloccando la catena delle ritorsioni. Il Quartier Generale Centrale delle Guardie Rivoluzionarie ha annunciato la sospensione temporanea delle operazioni militari, pur minacciando «attacchi più duri e devastanti qualora Israele riprenda i bombardamenti sul Libano». Pochi minuti dopo, fonti governative riprese da Al Arabiya hanno confermato il passo indietro di Tel Aviv: «Su richiesta del presidente Usa Donald Trump, Israele sta interrompendo gli attacchi contro l'Iran. La fase di escalation con l'Iran è terminata».La fine del duello, tutti ai propri posti Nonostante la fine del duello balistico diretto e la conseguente riapertura dello spazio aereo civile attorno all'Iraq da parte delle autorità irachene, chiuso per alcune offensive dei Pasdaran contro alcuni gruppi terroristici a Sulaimaniyah, nel Kurdistan, il fronte libanese resta escluso dalla tregua. Un portavoce militare israeliano corroborato anche dal Premier Netanyahu, ha infatti specificato che «i raid contro il Libano meridionale continueranno con tutta la forza nei prossimi giorni. Bombarderemo anche Dahyeh se gli attacchi contro i nostri cittadini proseguiranno». A riprova di ciò, l'emittente Al Araby ha documentato due nuovi bombardamenti simultanei israeliani a est della città costiera di Tiro, nelle zone di Al-Burj al-Shamali e Al-Maashouk. La fragile tregua armata tra i due giganti del Medio Oriente è iniziata e sembra reggere, seppur faticosamente, ma i motori dei jet a Tel Aviv e i radar a Teheran restano accesi.Il quadro di transizione verso una tregua armata ha trovato riscontro nelle decisioni logistiche e politiche della serata. A Gerusalemme, Benjamin Netanyahu ha convocato d'urgenza il Gabinetto di Sicurezza Nazionale per le ore 20:00 italiane, ergo le 21:00 locali, al fine di analizzare i dati d'intelligence raccolti durante lo scambio balistico e validare le prossime mosse strategiche, a seguito di una serie di consultazioni ristrette con i ministri chiave e i vertici della difesa.Contemporaneamente, come detto, l'Autorità per l'aviazione civile irachena ha emesso una nota ufficiale disponendo la totale riapertura del proprio spazio aereo strategico, precedentemente interdetto per ragioni di sicurezza bellica: «I voli da e per tutti gli aeroporti del Paese sono ufficialmente ripresi. L'Autorità continuerà a monitorare e valutare costantemente l'evoluzione della situazione regionale».Il bilancio dei 100 giorni di guerra si chiude così con il ritorno a una fragile architettura di deterrenza reciproca: il conflitto diretto tra le due potenze regionali viene momentaneamente congelato su richiesta di Washington, ma i nodi strutturali legati ai 24 miliardi di asset bloccati, all'arricchimento dell'uranio e alla presenza di Israele in Libano rimangono del tutto irrisolti, lasciando inalterato il potenziale per una successiva e imminente fiammata bellica.













