Se finisse oggi, potrebbe passare alla storia come la guerra dei 78 giorni. Ma tutti sanno che nemmeno oggi, mentre incombe la soglia dell’80esimo giorno di conflitto, la guerra contro l’Iran finirà. Le navi nello Stretto bloccato cambiano rotta, Donald Trump no. Lo annuncia poco velatamente, come di consueto, con un post: questa è solo la calm before the storm, la calma prima della tempesta – quella di attacchi che probabilmente scatenerà presto contro Teheran.

Di ritorno dalla Cina, i suoi fanno sapere che ha ottenuto una cosa da Xi Jinping: l’assicurazione che la Cina non fornirà sostegno materiale all’Iran. Intanto, a conferma della piega che prenderà il conflitto anche fonti israeliane: Netanyahu si coordina con gli statunitensi per la ripresa delle operazioni, convoca i suoi vertici della sicurezza dopo una chiamata di 30 minuti con il repubblicano, ribadisce che Israele «ha gli occhi aperti». Funzionari anonimi alla stampa israeliana hanno dichiarato che «Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità, è probabile che Israele verrebbe coinvolto».

Trump tra Taiwan e Cuba: le isole contese sono pedine

Trump continua a rilasciare interviste ribadendo che se gli iraniani non raggiungeranno un accordo, «passeranno dei brutti momenti». L’unica cosa che circola tra Washington e Teheran è un incessante rimbalzo di documenti che viaggiano da una capitale all’altra come palline di ping pong. E la partita non si conclude: domenica i media sciiti diffondevano, con parole diverse, lo stesso messaggio.