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Il ventitreesimo giorno di guerra in Medio Oriente è stato segnato soprattutto da ultimatum e minacce. Nella notte fra sabato e domenica il presidente statunitense Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che se l’Iran non riaprirà lo stretto di Hormuz entro 48 ore gli Stati Uniti distruggeranno «le centrali elettriche, cominciando dalle più grandi». Sarebbe una grossa escalation rispetto alle attività militari condotte finora dagli Stati Uniti, che hanno cercato di risparmiare le infrastrutture civili.

Israele invece aveva colpito negli scorsi giorni dei serbatoi di carburante a Teheran e l’importante impianto per il gas naturale di South Pars.

L’Iran ha risposto con dichiarazioni altrettanto minacciose. I Guardiani della rivoluzione, il corpo militare più potente dell’Iran, hanno diffuso un comunicato in cui dicono che, se davvero le centrali saranno colpite, lo stretto verrà completamente chiuso e lo resterà finché gli impianti non saranno ricostruiti. Hanno anche minacciato di colpire le infrastrutture energetiche israeliane e quelle dei paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha scritto in un post su X che una «ulteriore escalation potrebbe innescare una crisi energetica di lungo periodo per tutta l’umanità».