Energia Niente tagli alle accise, si studiano altri sostegni
Qualcosa l’Italia ha ottenuto. Non molto. Non abbastanza. Il giubilo dell’intera maggioranza non è del tutto infondato: poteva andare anche peggio, la risposta della Ue alle pressioni italiane e alla lettera di Giorgia Meloni all’amica Ursula von der Leyen poteva essere un frugale pollice verso. Ma certo quell’incontenuta esultanza non è neppure giustificata. Lo spiraglio di flessibilità concesso da Bruxelles per fronteggiare il caro-energia, con una quantità di limiti, paletti e controlli rigidi, non risolve quasi nulla sul fronte di massima urgenza, il prezzo della benzina e i rialzi che si trascina dietro.
La premier sceglie di guardare il bicchiere per un quarto pieno ed eccede in trionfalismo: «Ancora una volta l’Italia indica la strada». È il tono del messaggio che diffonde sui social: «Risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza. E che conferma la capacità dell’Italia di fare valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La formula adottata da Bruxelles è quella sulla quale Italia e Commissione Ue stavano trattando da un pezzo. Nessuna estensione alle spese per l’energia della clausola che scorpora le spese militari dal calcolo del deficit ma possibilità di usare per l’energia una parte di quel 1,5% del Pil al quale si applica la clausola per le armi. In concreto, lo 0,6% del Pil nel triennio 2026-28, pari a 14 miliardi. Soldi da destinare, parola del commissario all’Economia Dombrovskis, alla «resilienza strutturale» e alla «transizione dai fossili». Non significa escludere misure a favore delle famiglie. Però nessun «sostegno ai combustibili fossili». Traduzione: nessun taglio delle accise e infatti probabilmente il governo non rinnoverà quelli applicati sinora.













