COSENZA Si parte dal racconto di Taj Mohammad Alamyar, unico sopravvissuto della strage di Amendolara. Lungo la strada statale 106, quella tristemente conosciuta e riconosciuta come arteria della morte, si è consumata la brutale uccisione di quattro persone (tre di origine afghana e un pachistano): Amin Fazal Khogjani di 28 anni, Ullah Ismat Qiemi di 19 anni, Safi Iayjad di 27 anni e il 29enne Waseem Khan. Sono stati ritrovati carbonizzati, in un minivan dato alle fiamme da due persone. Le immediate indagini della Questura di Cosenza, coordinata dalla procura di Castrovillari guidata da Alessandro D’Alessio hanno permesso, in poche ore, di chiusure il cerchio su due soggetti di origine pakistana rintracciati a Villapiana e accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato. Domani mattina i due si sottoporranno all’interrogatorio nel carcere di Castrovillari.

Le giovani vittime

Le parole del superstite, testimone dell’orrore, riassumono il dramma vissuto da molti lavoratori invisibili nelle campagne del Sud. Parla di una «grande mafia del Pakistan», riferisce di minacce con coltelli e pistole, di salari ineadeguati, di diritti negati, di spazi angusti condivisi. E’ sempre la sua ricostruzione a fornire elementi utili a comprendere cosa sia realmente accaduto, quale miccia abbia scatenato l’ira brutale e mortale dei due fermati: non semplici autisti, ma caporali che avrebbero preteso danari per il trasporto e che, dinanzi al rifiuto opposto dai braccianti, avrebbero deciso di trasformare il monovolume in una trappola di fuoco. Sulla ricostruzione dell’esatta dinamica dell’accaduto, sul movente e sui particolari del macabro ritrovamento, il procuratore di Castrovillari ha fornito i dettagli nel corso di una conferenza stampa convocata in Questura a Cosenza.