Il 12 giugno 2026 entrerà in vigore in tutta l’Unione Europea il nuovo Patto su migrazione e asilo. L’Italia vi si presenta con la consueta impostazione: sovrapporre interventi d’urgenza e irrigidire l’assetto normativo. L’11 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha licenziato un disegno di legge che, sotto la veste di riforma “organica” per dare attuazione alle direttive europee, ripropone di fatto l’ennesimo pacchetto sicurezza, fortemente orientato al contrasto dell’immigrazione irregolare.
Il “blocco navale” amministrativo e le espulsioni accelerate
Il provvedimento intreccia abilmente politica interna e adeguamento a Bruxelles, ricorrendo al collaudato lessico securitario: più poteri all’autorità pubblica e procedure rapide. Il passaggio più rumoroso è la reintroduzione del concetto di “blocco navale”, declinato però come interdizione amministrativa: il governo potrà vietare in via temporanea l’attraversamento delle acque territoriali a specifiche imbarcazioni in presenza di minacce all’ordine pubblico o di “pressione migratoria eccezionale”, con divieti della durata compresa tra 30 giorni e 6 mesi. Sul piano interno, il cuore operativo del testo riguarda espulsioni e rimpatri. Il ddl amplia le ipotesi in cui un giudice può disporre l’allontanamento di stranieri condannati per reati gravi e punta ad accelerare l’esecuzione dei provvedimenti, in particolare per chi è in carcere. Una linea che prosegue la traiettoria fissata dal decreto‑legge n. 23 del 24 febbraio 2026, concepito per ridurre gli spazi di permanenza irregolare e rafforzare i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR).













