Tra meno di due settimane, il 12 giugno, entra pienamente in vigore nei ventisette Stati dell’Unione europea il nuovo Patto su migrazione e asilo. Procedure accelerate alle frontiere, una banca dati comune, un meccanismo di solidarietà tra Stati, rimpatri più rapidi per chi non ha titolo a restare. C’è chi lo celebra come la fine dell’emergenza permanente e chi lo denuncia come la fine del diritto d’asilo: il giudizio dipenderà dall’attuazione, non dal testo. Ma una cosa il Patto la dice senza ambiguità, ed è quella che conta: dopo vent’anni di gestione emergenziale, l’Europa ammette che l’immigrazione va governata, non subita. È il punto da cui partire – e quello che il dibattito italiano, oscillante tra il «blocco navale» e le frontiere spalancate, continua a mancare.
Partiamo dai numeri, perché su questo tema più che su ogni altro la paura prospera dove mancano. Vivono regolarmente in Italia poco più di cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri: il nove per cento della popolazione. Non sono un’emergenza, sono una struttura. Versano i contributi che reggono le pensioni di un Paese che invecchia e occupano i posti che la nostra demografia non copre più. Il fabbisogno di personale per la cura degli anziani supera i due milioni, e oltre un milione e mezzo di quelle figure può essere coperto solo da lavoratori stranieri. Senza di loro, agricoltura, edilizia, servizi alla persona e logistica si fermerebbero. Un Paese come il nostro non sceglie tra accogliere e non accogliere. Sceglie tra accogliere bene e accogliere male.












