Identificazioni più severe, procedure accelerate, un ampio ricorso alla detenzione e misure di solidarietà con gli Stati di primo arrivo. Trascorsi due anni dal via libera definitivo, prende effetto da oggi il Patto Ue sulla migrazione, la maxi-riforma europea del diritto d’asilo composta da dieci provvedimenti che puntellano i confini della “Fortezza Europa”. «Il nuovo approccio sta già dando buoni risultati, con un calo del 55% degli attraversamenti irregolari delle frontiere» rispetto al 2024, sostengono dalla Commissione. E di migrazione come «sfida europea» da affrontare «con una soluzione europea efficace, giusta e ferma» è tornata a parlare la presidente dell’esecutivo Ue Ursula von der Leyen, mentre il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha insistito che, con le nuove regole, «saremo noi a decidere chi entra, chi può restare e chi se ne deve andare». Al contrario, secondo Human Rights Watch, il Patto «è un colpo durissimo inferto al diritto d’asilo in un momento in cui il mondo ha più che mai bisogno che l’Europa difenda i diritti umani». E ciò mentre - così Picum - «l’attuazione sta avanzando a rilento in molti Stati» (11 su 27 sono impreparati, secondo la ricognizione Ue), con «poca trasparenza e quasi zero coinvolgimento della società civile». Vediamo nel dettaglio i principali punti.Chi dovrà sottoporsi a screening, e in cosa consiste?Chiunque arrivi a una frontiera esterna dell’Ue in maniera irregolare, comprese le persone soccorse in mare, dovrà sottoporsi a una procedura di identificazione con la verifica dei documenti, la presa delle impronte digitali e di altri dati biometrici, come l’identificazione dei volti, da inserire nella banca dati comune Eurodac. Lo “screening” include un esame sanitario e un controllo dei profili di vulnerabilità, ad esempio per intercettare casi di vittime di tortura o tratta. La durata massima è di sette giorni (quattro per i minori non accompagnati), che scende a tre per chi si trova già nel territorio Ue.Per chi vale la procedura accelerata?In generale, la domanda di asilo deve essere evasa entro sei mesi dalla presentazione. Per chi proviene da un Paese i cui cittadini hanno un tasso di accoglimento delle richieste inferiore al 20%, però, la scarsa probabilità di ottenere l’asilo fa scattare la procedura accelerata di frontiera: dura tre mesi al massimo (ricorsi compresi) e, nelle more, si è detenuti in strutture apposite. Vale pure per chi è giudicato un rischio per la sicurezza, e si estende alle famiglie con bambini e, in casi limitati, ai minori non accompagnati.Quali sono i Paesi sicuri?La riforma introduce la prima lista Ue dei Paesi di origine sicuri che (oltre ai candidati all’adesione) include Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: per chi proviene da questi Stati si seguono le formalità semplificate e accelerate della procedura di frontiera. Non solo. Ciascun Paese Ue potrà designare ulteriori Stati come sicuri; rispetto a prima, ciò potrà valere anche solo per una parte del territorio o per alcune categorie di persone.Il Patto adotta il principio di solidarietà?Il Patto è descritto a Bruxelles come un punto equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Rimane fermo il principio per cui a esaminare la domanda di asilo è lo Stato di primo arrivo. Ma viene parzialmente corretto con una forma di solidarietà «obbligatoria ma flessibile» nei confronti dei Paesi giudicati dai periodici report Ue «sotto pressione migratoria» (ad oggi, Italia, Spagna, Grecia e Cipro), a condizione che essi prevengano o si facciano carico dei movimenti secondari, cioè degli spostamenti dei richiedenti asilo in un Paese diverso. A quel punto, gli altri governi potranno scegliere se contribuire attraverso dei ricollocamenti volontari (con un target di 30 mila all’anno, tranne per il 2026, che ne prevede 21 mila) oppure compensando precedenti movimenti secondari. In alternativa, potranno versare contributi finanziari (20 mila euro a persona per una cifra complessiva di 600 milioni; 420 per il 2026), o ancora fornire supporto tecnico. L’entità del contributo dipenderà da Pil e popolazione, ma Ungheria e Polonia hanno già annunciato di volersi sottrarre a ogni obbligo, rischiando una procedura d’infrazione. Dagli aiuti potranno essere esentati Paesi che affrontano una “situazione migratoria significativa” (ad esempio quelli orientali che ospitano i rifugiati ucraini).Il Patto si occupa anche di rimpatri?A parte nel caso di diniego della domanda nel quadro della procedura di frontiera, il Patto non si occupa di rimpatri. Governi ed Europarlamento hanno, però, appena trovato l’accordo su una stretta, che comprende la possibilità di aprire centri fuori dall’Ue, e che dovrebbe entrare in vigore quasi parallelamente, a settembre.