Se tra il dire e il fare del presidente Gustavo Petro un certo scarto c’è stato, è altrettanto indiscutibile che, sotto il suo governo, la Colombia abbia mosso passi decisivi sul piano della transizione energetica ed ecologica. In attesa di conoscere il nome del suo successore – la vittoria del candidato di sinistra Iván Cepeda al ballottaggio del 21 giugno garantirebbe la continuità dell’agenda di trasformazione del paese, quella del suo avversario di estrema destra Abelardo De La Espriella ne comporterebbe il totale affossamento -, il bilancio dei quattro anni del mandato di Petro, tra alti e bassi, successi e fallimenti, passi avanti e passi falsi, si chiude decisamente in attivo riguardo alla lotta contro il riscaldamento climatico e alla difesa dell’ambiente.

Nessuno più di lui, tra tutti i capi di Stato, ha insistito sull’urgenza di abbandonare i combustibili fossili in direzione di una matrice energetica pulita, di far fronte all’emergenza climatica, di proteggere la biodiversità. Lo ha fatto praticamente in tutte le sedi internazionali – dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite alle varie Conferenze delle parti sul cambiamento climatico, dai vertici sull’Amazzonia (dove ha oscurato Lula) alla Cop sulla biodiversità (ospitata proprio in Colombia, a Cali), dal G20 al vertice Ue-Celac – e sempre con una forza, una fermezza, una radicalità, non di rado declinate con inediti accenti poetici, che non è facile incontrare nei discorsi dei capi di Stato.