Le elezioni colombiane arrivano in un momento in cui l’amministrazione Usa sta intervenendo con l’obiettivo di favorire un riorientamento politico. Da un lato Washington guarda con interesse alla possibilità di un ritorno conservatore a Bogotà, dall’altro il candidato Iván Cepeda, vicino a Petro, dovrà prendere nota degli errori del suo predecessore, la cui reazione a Trump non ha fatto altro che aumentare le tensioni tra i Paesi. L’analisi di Tiziano Breda, analista senior per l’America Latina e i Caraibi presso Acled

Continuità o cambio di rotta? Negoziati o pressione militare come ricetta per risolvere il conflitto interno più lungo dell’America Latina? Allineamento totale con gli Stati Uniti di Trump o ricerca di un’alternativa al dominio statunitense nella regione? Queste sono alcune delle domande che i colombiani sono chiamati a rispondere in questa elezione presidenziale, il cui primo round si è tenuto il 31 maggio in un contesto che ha riportato al centro del dibattito pubblico il deterioramento della sicurezza nel Paese, emblematizzata dall’attentato al precandidato di destra Miguel Uribe Turbay nel 2025.

L’assassinio di Uribe Turbay, unito all’ondata di attacchi da parte delle dissidenze delle Forza armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) che hanno scosso il Cauca e Valle del Cauca a fine aprile, hanno consegnato alla campagna elettorale un clima di tensione come non si vedeva da almeno trent’anni. Hanno anche hanno esposto i limiti della “Paz totale” (Pace Totale) del presidente uscente, Gustavo Petro, una ambiziosa agenda di negoziazione con i principali gruppi guerriglieri, paramilitari e legati alla criminalità urbana che ha a tratti ridotto i livelli di violenza ma permesso a questi gruppi di usare la violenza come leva negoziale, rafforzarsi ed espandersi a livello territoriale.