“Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.