di
Alfio Sciacca
Amendolara, il 35enne afghano: «Ci siamo ribellati e ci hanno puniti. Ho visto morire i miei amici»
Lo ripete in modo ossessivo: «È mafia, mafia... Sono dei mafiosi pachistani». Mohammad Taj Alamyar, nato in Afghanistan 35 anni fa, ha una gran voglia di parlare. Accusa senza esitazione i suoi aguzzini. Lui è l’unico superstite della strage di immigrati nell’area di servizio sulla statale 106 Jonica. Ha visto morire sotto i suoi occhi quattro braccianti come lui, tre afghani e un pachistano. Tutti arrivati in Italia per trovare un lavoro che gli consentisse di mandare dei soldi alle famiglie rimaste nei paesi d’origine. In Calabria erano finiti nelle mani non della ‘ndrangheta ma di altri migranti trasformatisi i caporali senza scrupoli. «Loro hanno ucciso quattro miei amici — si dispera —, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti».
Sulle braccia e sulle mani le fasciature nascondono ferite e ustioni. «Quando le fiamme e il fumo hanno riempito l’abitacolo ho cominciato a non respirare più, mi sentivo mancare — racconta —. Ho capito che dovevo provare a uscire. Ho preso a martellare forte col gomito sul vetro. Poi ho visto che c’era il portellone posteriore aperto. Mi sono fatto largo fino a quando non sono riuscito a uscire dall’auto e scappare».










