Cosenza – Una strage che va riscritta. Uscita dalla nebbia dello choc, la morte dei quattro migranti chiusi in un minivan sulla piazzola di un distributore di benzina lungo la strada Jonica, appare ancora più feroce e crudele. È il racconto di un sopravvissuto a permettere agli inquirenti di chiudere il cerchio e fermare due pakistani.
È lui, sfuggito alla sorte terribile toccata ai suoi compagni di lavoro, a incollare i ‘frame’ di una sequenza, in cui sfruttamento e caporalato sono preludio di sopraffazione e morte. “Ho visto l’orrore, ho pensato di morire”. Amendolara, Cosenza, sono le 13 di una torrida giornata di fine primavera. L'area di servizio IP sulla statale 106 Jonica è uno di quegli spazi sospesi che esistono ai margini del mondo, dove si fa benzina e si riparte senza averne ricordo. Un non-luogo, in cui quattro uomini hanno perso tutto: la vita, i sogni, il nome. In un'esecuzione lenta, deliberata, premeditata.
Mohamed (foto Tgr Calabria), il bracciante sopravvissuto alla strage di Amendolara
Sono stati bruciati vivi. Non è una suggestione o un'iperbole. È la certezza acquisita dagli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza dopo aver visionato il filmato delle telecamere di videosorveglianza installate nell'area di servizio. Le immagini mostrano due uomini che si avvicinano alla monovolume. Prima uno, poi l'altro, bloccano le portiere dall'esterno facendo forza con le braccia. Dal portellone posteriore viene versata della benzina. Poi una scintilla e una fiammata, in meno di due minuti, quattro esseri umani smettono di vivere.











