Il 35enne afghano è stato portato in una struttura protesta e ha permesso l'arresto dei due pakistani che hanno ucciso quattro braccianti. La vendetta perché si erano ribellati e i legami con i criminali locali di chi sfrutta gli schiavi delle aziende agricole
Li hanno chiusi dentro il minivan e bruciati vivi perché avevano preteso di essere pagati dopo aver lavorato. Dietro la strage dei braccianti di Amendolara, nel Cosentino, ci sarebbero almeno due caporali pakistani, Alì e Bat. Così li ha indicati agli inquirenti che li hanno arrestati l’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar. Dal 20 aprile, le vittime non vedevano un euro e dopo quasi due mesi hanno deciso di ribellarsi. Ad Alfio Sciaccia per il Corriere racconta: «Loro hanno ucciso quattro miei amici, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti». La discussione era iniziata la mattina e sarebbe ripresa durante il rientro: i due si sarebbero fermati apposta all’area di servizio sulla statale 106 Jonica, ad Amendolara, per regolare i conti.
Chi è Taj Mohammad Alamyar, l’unico superstite
A parlare è Taj Mohammad Alamyar, afghano di 35 anni partito poco più di un anno fa da Jalalabad e arrivato in Italia a piedi, attraversando Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia e Slovenia. Ora è ustionato alle braccia, a una spalla e alla parte bassa della schiena, e si trova a Villapiana, a circa venticinque chilometri dal luogo della strage. Lì, in un edificio bianco su due piani, vivevano in dieci, tutti raccoglitori impegnati nella stagione delle fragole a Scansano. Quattro suoi compagni di stanza, tre afghani e un pakistano, sono morti nel rogo. A Corrado Zunino per Repubblica, attraverso un mediatore della Cgil Flai, spiega di essere stato regolarizzato proprio dal 20 aprile, e mostra ricevuta del ministero del Lavoro, tessera sanitaria, iscrizione Inail e permesso di soggiorno: l’accordo era di 45 euro al giorno, mai onorato. Per l’alloggio, racconta, pagavano centocinquanta euro a testa, oltre a cinque euro al giorno per il trasporto.










