Ci sono due modi per raccontare la storia dei quattro uomini, tre afghani e un pakistano, braccianti agricoli bruciati vivi nella loro auto in una stazione di servizio nei pressi di Amendolara, in Calabria dai loro caporali, pakistani, cui avevano osato chiedere di essere pagati. Il primo modo è quello di dire che erano stranieri ammazzati da stranieri: quindi problemi loro: niente titoli sui giornali, niente nomi e storie da raccontare, niente visite di Stato, niente lutti cittadini, niente pietà per le vittime. Erano ospiti, per di più nemmeno troppo graditi, se la sono cercata, fine. Poi c’è il secondo modo.

E il secondo è scavare tre minuti in più in questa storia, e provare a raccontarla tutta. Per capire quali siano le nostre responsabilità, in quanto cittadini, elettori, consumatori italiani, in tutta questa Storia. Punto primo: buona parte dei tanti stranieri invisibili uccisi dal caporalato in Italia non sono "clandestini". Entrano col decreto flussi, che allo stato attuale è l’unico canale regolare per migrare in Italia senza fare richiesta di asilo politico. Solo che, piccolo dettaglio, perdono il loro diritto a stare qua appena gli scade un contratto. E quando questo accade, puntuali, diventano potenziali schiavi per le mafie e per i caporali, italiani o a loro volta stranieri che siano. Lo sappiamo benissimo che il decreto flussi produce schiavi, ma nessuno ci mette mano.