Lo scorso 22 maggio 2026 alle 10 del mattino è avvenuto il primo accesso dell’ufficiale giudiziario per lo sfratto esecutivo del rifugio antispecista “Agripunk” in Val d’Ambra, nella provincia di Arezzo. L’associazione è nata nel 2014 per desiderio di una decina di persone che tra quei capannoni hanno contribuito alla chiusura di un allevamento intensivo di tacchine che ne uccideva 30.000 ogni 3 mesi. Le tacchine vivevano, come sempre negli allevamenti, intensivi o non, in condizioni di sfruttamento, torture e abusi. Chi era lì ha preso in affitto la struttura e l’ha trasformata in rifugio, Desirée e David hanno poi fondato una Onlus che da dodici anni instancabilmente accoglie animali provenienti da maltrattamenti, cessioni, fughe, abbandoni ed evasioni da qualsiasi tipo di allevamento. L’assemblea che supporta il rifugio ha raccontato che l’incontro con l’ufficiale giudiziario di fine maggio non è andato per niente bene e che dal 19 giugno è previsto un progressivo sgombero che ha lo scopo di sfrattare le persone e gli animali che vivono lì entro la fine dell’estate. Secondo i loro racconti non è stato accettato nessun rinvio e non è stato tenuto minimamente conto della presenza degli animali come soggettività da tutelare, come previsto invece in caso di presenza di persone minorenni o in altre situazioni di fragilità.L’assemblea ha dichiarato che l’ufficiale giudiziario, accompagnato da due agenti della Digos e dal proprietario con relativa parte legale, sono arrivati ai cancelli del rifugio con intenzioni ben precise. «Senza sentire ragioni sulle nostre necessità, ci sono state proposte due vie: lo sfratto immediato con affidamento o addirittura vendita degli animali al proprietario o un graduale rilascio dell’immobile. La data non negoziabile è stata fissata a metà giugno, quando due dei sette capannoni dovranno essere consegnati e poi gli altri entro la fine dell’estate. La nostra intenzione è di non mollare, non solo per chi vive in questo rifugio, ma anche per tutte le soggettività che qui hanno scelto di viverci nella piena autodeterminazione: come pipistrelli, rane, rospi, aironi, rondini, piccioni e lombrichi» ha spiegato una volontaria. Agripunk punta sulla possibilità di iniziare una trattativa di acquisto del rifugio. «Andandocene per noi sarebbe un nuovo inizio da zero con tutte le difficoltà che potete immaginare e non sarà più possibile continuare a vigilare sul luogo e sulla memoria di coloro che, negli anni, a migliaia, hanno chiesto e ancora chiedono giustizia» ha scritto l’assemblea. Lo spostamento si contempla solo ed esclusivamente come ultima spiaggia. È infatti un’opzione che comporterebbe spese salate e seri rischi per animali che hanno già vissuto situazioni di stress e tortura estreme. L’atteggiamento ostile sullo sfratto fa crescere la preoccupazione su quello che sarà il destino degli animali liberati così come delle pratiche di rigenerazione e risanamento del territorio e l’attività di contestazione di nuovi allevamenti in zona.L’approccio nei confronti del rifugio assomiglia più a uno sgombero che a uno sfratto e questo elemento non è banale: evidenzia l’essenza politica e quindi scomoda di uno spazio che negli anni è sempre stato un centro nevralgico di sottoculture, lontano dalle logiche di consumo e profitto. Agripunk non incarna la possibilità di un mondo diverso, ma l’alternativa concreta alla violenza contro gli animali e la terra.