«Non traiamo alcun profitto dagli animali, non utilizziamo senza consenso i loro corpi. Per questo abbiamo bisogno di essere sostenuti» afferma Desirée Manzato, co-fondatrice dell’associazione e del rifugio Agripunk. Nel comune di Bucine, in provincia di Arezzo, esiste da dodici anni questa realtà che è un sogno realizzato: un allevamento intensivo trasformato in un luogo dove gli animali vengono accolti e trattati con cura, lasciando lo sfruttamento fuori dalla porta. Ora però rischia di essere cancellato a causa dello sfratto imminente, in seguito dalla causa vinta dalla proprietà per la rescissione del contratto. Domani, 19 giugno, sarà una giornata fondamentale per conoscere il futuro di Agripunk: «Dopo il primo accesso dell’ufficiale giudiziario ci è stato concesso solo un mese. Domani ci sarà il secondo accesso, puntiamo stavolta a guadagnare più tempo sperando di riuscire finalmente a intavolare una trattativa» spiega Manzato.
NEL RIFUGIO antispecista – «ci piace chiamarci così, la nomenclatura ufficiale è “Rifugio per animali diversi da cani, gatti e furetti”» – vivono attualmente un’ottantina di esemplari, capre, pecore, mucche, asini, maiali, galline e galli, piccioni, «tutti fuoriusciti dalla violenza zootecnica, qui hanno trovato un luogo sicuro». Per cercare di sopravvivere, Agripunk si sta muovendo su più fronti: in primis una raccolta fondi sul network Produzioni dal basso – al momento le donazioni ammontano a circa 45mila euro – con lo scopo di acquistare, grazie anche al sostegno di Banca Etica, il complesso composto da 7 capannoni. Un tempo un allevamento di tacchini, venne chiuso grazie alla lotta di quegli stessi attivisti e attiviste che sono poi riusciti a ottenere il contratto di affitto per riconvertirlo. «L’acquisto del podere rimane l’unica soluzione praticabile: lo spostamento degli animali comporterebbe rischi e costi che le stesse autorità sanitarie hanno definito difficilmente sostenibili».






