Perché alcuni dei maggiori produttori di cibo al mondo sono anche tra i paesi più denutriti? Perché sprechiamo ogni giorno l’equivalente di 1000 chilocalorie a persona? Sarebbe possibile, e giusto, diventare tutti vegani? A questi ed altri interrogativi cerca di rispondere Vaclav Smil nel suo ultimo libro Come sfamare il mondo (Einaudi). Con l’autorevolezza dello scienziato, la sapienza dello storico e la chiarezza del grande divulgatore, Vaclav Smil ci guida in un viaggio nel mondo dell’alimentazione. E ci spiega attraverso numeri, esempi, aneddoti, che dar da mangiare a una popolazione in crescita senza danneggiare il pianeta non è un’utopia, ma un obiettivo raggiungibile.
Senza sbalorditive e stravolgente innovazioni tecnologiche che rivoluzioneranno il sistema alimentare, ma attraverso cambiamenti graduali. Nel dibattito sul futuro del pianeta, spesso si alternano due posizioni opposte: il catastrofismo e il tecno-ottimismo. Smil, invece, si definisce semplicemente uno scienziato che analizza i dati, «perché dovrebbero bastare a far notizia».
Dai brevetti al seed swap: chi possiede i semi possiede il futuro
Cosa dicono allora i dati sul futuro del sistema alimentare? «Che stiamo producendo troppo, pagando troppo poco e sprecando troppo. Che in tutti i paesi in cui l’apporto medio giornaliero pro capite supera le 3.000 kcal dovremmo coltivare meno, restituire alcuni campi a prati e foreste. Che dovremmo ridurre la nostra scelta smisurata: i supermercati occidentali standard offrono ora 30mila articoli diversi, è una follia. Che dovremmo orientarci verso un’alimentazione più efficiente: privilegiare cibi più in basso nella catena alimentare e a minor consumo energetico, come i cereali integrali al posto degli alimenti altamente trasformati (in Italia questo vuol dire iniziare a consumare molta meno farina 00); sardine invece di tonno; pollo invece di manzo; mele invece di mango, e non pensare che le fragole debbano essere disponibili 365 giorni all’anno».








