“Niente ospedale per gli operai feriti, solo medicine per tornare subito al lavoro”. Dalle testimonianze dei lavoratori emerge la presunta negazione del diritto alla salute nel cantiere della Caddell Construction per la costruzione del nuovo Consolato Usa a Milano.
Il cantiere in piazzale Accursio a Milano per il nuovo Consolato degli Stati Uniti (foto da LaPresse)
"Mi sono infortunato in cantiere. Ho chiesto di andare in ospedale, ma mi hanno detto che non si va. Mi hanno dato una medicina e mi hanno detto che ero lì per lavorare e non per lamentarmi". In questa frase, messa a verbale da uno degli operai indiani sentiti nell'inchiesta per caporalato e "para-schiavismo" sul cantiere del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano, c'è forse una delle fotografie più brutali di quanto sarebbe accaduto dietro le recinzioni di uno dei cantieri più importanti della città. Un sistema nel quale – secondo gli inquirenti – il diritto alla salute sembra venisse sistematicamente sacrificato alla produttività, gli infortuni nascosti e la malattia trasformata in colpa da punire.
L'inchiesta della procura e le cure negate L'indagine della procura di Milano, che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati di Ulas Demir, responsabile del ramo italiano dell'azienda costruttrice americana Caddell Construction, descrive un contesto lavorativo definito dagli stessi investigatori "duro e privo di ogni sensibilità umana". Come emerge dalle carte che Fanpage.it ha visionato, al centro delle accuse non ci sarebbero soltanto turni estenuanti e condizioni di lavoro degradanti, ma anche un presunto sistema di controllo che avrebbe negato ai lavoratori persino il diritto di ammalarsi. Dalle testimonianze raccolte emergerebbe, infatti, che assentarsi dal lavoro per motivi di salute era praticamente impossibile. Chi non si presentava rischiava ritorsioni immediate sul salario.











