Il 7 giugno, in Armenia, si terranno elezioni parlamentari, importanti per definire il futuro orientamento geopolitico del paese, il cui governo negli ultimi anni ha provato a sganciarsi dall’orbita della Russia per avvicinarsi contestualmente all’Unione Europea. Diciotto forze politiche si contenderanno i seggi dell’Assemblea Nazionale in un voto che vedrà fronteggiarsi il partito del primo ministro Nikol Pashinyan, sostenuto da Bruxelles e Washington, e forze politiche apertamente filorusse.

E proprio da Mosca negli ultimi giorni sono arrivate pressioni sempre crescenti per influenzare il processo elettorale, mentre all’inizio di maggio Erevan ha ospitato l’ottavo vertice della Comunità politica europea (CPE) e il summit UE-Armenia, eventi che hanno messo lo Stato del Caucaso meridionale al centro delle cronache internazionali ed evidenziato il nuovo corso della politica estera armena.

Il mutato contesto internazionale

L’attacco azero al Nagorno-Karabakh nel settembre 2023, con il conseguente esodo in Armenia dei suoi oltre 100mila abitanti, ha segnato l’ultimo doloroso capitolo dei trentacinque anni di conflitto armeno-azero per il controllo della regione ed è stato un momento spartiacque della legislatura corrente.