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Per anni, l’Europa ha subito un’invasione silenziosa di immigrati, spesso senza alcun requisito per la richiesta di protezione internazionale. A facilitarla, sono state politiche lassiste, ricatti umanitari e una sorta di codardia politica, in alcuni casi di complicità. I costi sono stati enormi: welfare prosciugato, criminalità in aumento, società parallele non integrate, cambiamento del volto delle città europee. Ora Danimarca, Grecia e Svezia stanno dimostrando che si può fermare l’immigrazione clandestina con provvedimenti rigorosi, ma realistici ed efficaci. La deterrenza e l’inasprimento delle legge nazionali, uniti agli accordi con i Paesi di transito, funzionano quando vengono applicati. Inoltre, nel testo del nuovo «Patto europeo sulla migrazione e l’asilo», influenzato anche dai provvedimenti già attuati dal governo Meloni come il «modello Albania», ha palesato la volontà di una profonda stretta sull’immigrazione di massa. La socialdemocratica Danimarca ha ammesso il fallimento dell’accoglienza indiscriminata. Tutti i permessi di protezione internazionale sono diventati temporanei e immediatamente revocabili, quando migliorano le condizioni nei Paesi d’origine. Nel 2026, è scattata una riforma chiave: espulsione automatica per gli stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, come aggressioni, stupri e altri reati contro la persona. Si è ridotta così la discrezionalità dei giudici, i quali spesso salvavano gli immigrati dal rimpatrio, parlando di legami familiari o di integrazione.