Nella settimana appena passata sono successe due cose importanti. La prima è stata l’offensiva della presidente Meloni contro l’Europa dal palco di Confindustria: Bruxelles come luogo della burocrazia che impedisce all’Italia di correre. La seconda è stata la polemica sul Pnrr, scatenata da chi ha osato dire che il Piano non è un fallimento, ma nemmeno quella trasformazione strutturale che era stata promessa. Risultato: la terzina del governo si è messa a dare degli “anti italiani” a chi critica il modo in cui l’esecutivo sta chiudendo il Pnrr. Tutto questo mentre il governo chiedeva all’Europa nuova flessibilità e nuove risorse per fronteggiare l’aumento dei prezzi dell’energia.Il lascito più importante e duraturo del Pnrr, finora, è avere insegnato alle amministrazioni pubbliche, soprattutto locali, a spendere meglio i soldi pubblici. E non è poco. Dopo il 2012 una parte della grande crisi italiana è stata il crollo degli investimenti pubblici. Non solo perché non c’erano risorse, ma perché mancava la capacità di spenderle: progettare, appaltare, rendicontare, coordinare soggetti attuatori. Il Pnrr, con tutti i suoi difetti, ha fatto resuscitare questa capacità. Ha imposto scadenze, obiettivi, monitoraggio, responsabilità. Ha costretto l’amministrazione pubblica a ragionare non solo per capitoli di bilancio, ma per risultati. La domanda è che cosa resta dopo. Se, finito il Pnrr, la capacità di spesa torna a sgonfiarsi, se i tecnici assunti a tempo se ne vanno, se l’assistenza amministrativa si disperde, allora avremo avuto solo un esperimento istituzionale, non una trasformazione permanente.Per evitare questo esito servono alcune cose concrete: capacità amministrativa stabile, dati sui fabbisogni, valutazione degli effetti, continuità gestionale e soprattutto una riforma delle regole con cui si spendono i fondi di coesione. Ed è qui che le due polemiche della settimana si incontrano. Perché proprio i fondi di coesione sono oggi al centro dell’altra partita: quella sul caro energia. Il governo cerca proprio in questi fondi qualche miliardo tra programmi regionali e programmi nazionali. Ma i fondi di coesione non sono un bancomat. Nascono per ridurre divari territoriali e finanziare investimenti duraturi. Possono aiutare le famiglie povere contro la povertà energetica, finanziare efficienza negli edifici pubblici, reti, investimenti verdi. Non possono diventare la copertura ordinaria di misure generalizzate e regressive. Il punto è questo: il governo ha introdotto, la settimana prima del referendum sulla giustizia, uno sconto sulle accise della benzina che costa circa 600 milioni al mese e che ora vorrebbe tenere in vita il più a lungo possibile, possibilmente fino alle elezioni politiche. Ma per farlo servono soldi e l’Europa, accusata di ogni nefandezza pochi giorni prima, torna improvvisamente indispensabile.C’è un’ironia amara: il governo si lancia in una crociata contro l’Unione europea, e nello stesso tempo si trova nelle tristi condizioni di dover forzare la mano per chiedere aiuto sull’energia. La retorica è “facciamo da soli”. La pratica è “per favore Bruxelles ci permetta un’altra deroga”. E questo accade proprio dopo che sul Pnrr la Commissione europea ha dato all’Italia una flessibilità enorme. Ha accettato revisioni, modifiche di target, semplificazioni degli obiettivi, cambiamenti nei progetti e nelle modalità di verifica.Sostenere che Bruxelles sia stata punitiva è semplicemente falso, semmai è stata generosa. Dire apertamente che l’Europa è stata generosa nel consentire al governo italiano di rivedere più volte il Pnrr ha sbugiardato il tentativo di costruire una polemica pretestuosa: chiedere flessibilità all’Europa proprio mentre la si accusa di essere il grande ostacolo alla crescita nazionale. Se la Commissione ha approvato le rate, consentito revisioni estese e forse permetterà anche l’ultima rimodulazione delle poche risorse ancora disponibili per fare qualcosa sull’energia, allora il problema italiano non è avere troppa Europa. E’ usare l’Europa male: prima come cassaforte, poi come capro espiatorio, infine di nuovo come cassaforte.La polemica sugli “anti italiani” nasconde dunque due modi opposti di stare in Europa. Il primo è quello più facile: prendere voti attaccando Bruxelles, trasformarla nel colpevole di ogni ritardo nazionale, raccontare che l’Italia sarebbe più forte se facesse da sola. Il secondo modo è più difficile: usare il peso dell’Italia per costruire un’Europa più coesa, capace di fare pochi progetti comuni ma seri, su energia, difesa, mercato dei capitali, industria, ricerca, infrastrutture.
L’Europa matrigna nei comizi e generosa quando servono soldi
Il governo si lancia in una crociata contro l’Unione europea, e nello stesso tempo si trova nelle tristi condizioni di dover forzare la mano per chiedere aiuto sull’energia. La retorica è “facciamo da soli”. La pratica è “per favore Bruxelles ci permetta un’altra deroga”
Governo attacca Bruxelles su PNRR ma chiede flessibilità energia (600M/mese); Commissione ha approvato 4 revisioni. Per manager tech: PNRR insegnò PA spendere per risultati, rischio dispersione post-2026 senza continuità e riforma fondi coesione.













