Giorgia Meloni governa da quattro anni un Paese ultimo per crescita economica e primo per debito pubblico, dove la produzione industriale è arretrata del 4 per cento da quando è a Palazzo Chigi. Ma invece di spiegare agli italiani perché il suo governo non è in grado di finanziare misure per contenere i danni della crisi energetica, è tornata ad attaccare il nemico politicamente perfetto che incassa senza rispondere: l’Unione europea.

Meloni vorrebbe altri cinque-nove miliardi per tagliare accise e bollette. La Commissione europea le ha risposto che gli strumenti esistono già, senza aumentare il deficit: usare i residui del Pnrr e riprogrammare i fondi di coesione. Roma, invece, chiede che la flessibilità fiscale concessa in via eccezionale per la difesa venga estesa anche agli interventi contro la crisi energetica. Bruxelles teme che così si apra un precedente pericoloso: ogni emergenza diventerebbe una deroga, ogni crisi una ragione per allargare il deficit. Il tutto invocando un nuovo strappo al Patto di stabilità che il governo Meloni ha contribuito a riformare meno di due anni fa, e che la stessa presidente del Consiglio definì allora un «compromesso di buonsenso», con regole «meno rigide e più realistiche» rispetto al passato.