Al martedì attacca l’Europa dicendo che dovrebbe fare meno cose, al mercoledì plaude al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che viene dall’Europa e avrebbe salvato l’economia italiana. Lo stesso Pnrr che lei non ha voluto cinque anni fa quando è partita l’avventura che si chiuderà il prossimo 30 giugno. È stata una Giorgia Meloni al suo meglio quella vista in un video proiettato a Milano ieri in occasione di un’autocelebrazione organizzata da Tommaso Foti, alto Fratello d’Italia e ministro delegato alla rogna del Pnrr.

LE PAROLE della presidente del Consiglio sono il manifesto dell’opportunismo: quando qualcosa va bene (poco) è tutto merito di quei geniacci al governo; quando qualcos’altro va così e così o male (parecchio, purtroppo) è tutta colpa dell’Europa che non permette di distribuire una spolverata di miliardi alle imprese e un obolo contro il caro-bollette.

UN SUCCESSO «ALL’ITALIANA»: questo è il Pnrr. Ieri sono fioccati i grandi numeri: 166 miliardi di euro (su 194) ricevuti dalla matrigna Europa, 416 traguardi raggiunti, 550 mila progetti conclusi e 100 mila fase avanzata. «Abbiamo mantenuto nel tempo il primato europeo nell’attuazione del Piano – ha detto Meloni – Lo abbiamo rivisto e adattato alle nuove priorità dialogando con la Commissione Ue. Rimane l’ultimo miglio, bisogna spingere il più possibile sull’acceleratore». Il discorso non è nuovo ed è stato decostruito grazie all’instancabile lavoro fatto in questi anni dalla Fondazione Openpolis. Una recente analisi, condotta con Assonime, ha spiegato come Meloni abbia ereditato il piano dal governo Conte 2 e soprattutto da Draghi. Meloni non ha risolto i problemi del Pnrr tra i quali c’è un’idea tecnocratica e ademocratica dell’economia. E li ha peggiorati azzerando il già flebile dibattito pubblico sugli investimenti più grandi della storia della repubblica. Oggi ne parla come di una corsa del criceto per raggiungere la decima rata. Poco si sa della spesa reale e dei benefici sulla vita sociale.